LE INUTILI POLEMICHE SULLE FIGLIE DEGLI ALTRI

Adesso che le acque sembrano essersi un po’ calmate, mi va di dire la mia sulla vicenda di Greta e Vanessa, le due ragazze di 20 anni che per 6 mesi sono state prigioniere in Siria e che dopo Natale erano apparse nei nostri teleschermi festivi tutte vestite di nero, implorando il nostro paese di liberarle. Sono contento che siano tornate a casa. Come lo sarò, quando torneranno a casa dall’India i due marò. La storia delle due ragazze è, però, più “pacifica”: con la spensieratezza -e l’ingenuità- dei loro vent’anni sono partite alla volta dell’Iraq e della Siria nella convinzione di poter “salvare il mondo”. Si sono sbagliate. E di grosso. Lo hanno capito, chiedendo scusa a tutti, in particolare a mamma e papà. E laggiù non ci torneranno più. Potranno fare del bene anche vicino a casa loro. Non hanno salvato il mondo, ma l’importante è che si siano salvate almeno loro. Nei giorni successivi alla loro liberazione, invece di tirare un immenso sospiro di sollievo insieme alle loro famiglie, ci siamo impegnati tutti -soprattutto certi giornali davvero di basso livello, seguiti a ruota da un becero tam tam dei social network- nel gioco al massacro più inutile degli ultimi tempi: sparare addosso alle due ragazze, inventare balle incredibili e improbabili (addirittura sesso consenziente con i rapitori, invocando persino la sindrome di Stoccolma o addirittura pensare che Greta e Vanessa fossero già al soldo del Califfo dell’Isis. E qualcuno ha pure visto che le due ragazze erano ben nutrite, come se fossero state in vacanza in Medioriente..). Che tristezza tutta italiana. E poi, la domanda più assurda di tutte le domande: l’Italia doveva davvero pagare questi presunti 12 milioni di dollari (50 centesimi per ogni italiano!) ai terroristi islamici per il rilascio delle due ragazze? Facile fare polemica con i figli degli altri. Io credo che, a questa domanda, ci sia solo una risposta: SI. Provate ad immaginare, anche solo per un attimo, cheGRETA VANESSA Greta e Vanessa fossero state le vostre figlie. Cosa avreste voluto? Che lo Stato le liberasse a qualunque costo? Ecco, appunto.

E ADESSO COME FAREMO A VIVERE TRANQUILLI?

L’attacco terroristico compiuto ai danni del settimanale satirico francese “Charlie Hebdo”, a Parigi, è stato definito “l’11 settembre europeo”. in realtà, negli anni scorsi, c’erano già stati attentati gravi, nel 2004 ad una stazione ferroviaria di Madrid e nel 2005 alla metropolitana di Londra, ma questo di Parigi -forse per la brutalità dei kalashnikov- ci appare come più devastante, più terribile, persino più grave. Qui, in gioco, non c’è soltanto la libertà di stampa e di espressione, ma la nostra stessa libertà. Da Al Qaeda all’Isis, da Bin Laden al Califfo, le nostre prospettive sono decisamente peggiorate. Se i terroristi islamici cominciano ad adottare il sistema dei “comuni terroristi” (le Brigate Rosse di casa nostra, per esempio), allora per noi il rischio-paura sarà perenne, giorno dopo giorno, ad ogni angolo di strada, di ogni città e di ogni paese. E, prima di addormentarci, ci domanderemo: e adesso come faremo ad essere tranquilli, almeno a casa nostra? Come invocata da più parti, serve una risposta con il pugno di ferro, senza arrivare alla guerra totale voluta da Bush dopo l’attacco alle Torri Gemelli, che è sicuramente la causa dell’attuale diffusione a macchio di leopardo del terrore islamico nel mondo, da Sydney a Parigi: magari non gruppi organizzati, forse anche soltanto una “cellula dormiente” oppure i cosìdetti “foreign fighters”, cittadini europei che vanno a combattere sotto la bandiera nera dell’Isis e poi tornano in Europa, carichi di armi, di esperienza e di rabbia contro la società occidentale. Sembra davvero di essere tornati ai tempi delle Crociate, ma alla rovescia: non sono più i cristiani a voler convertire gli “infedeli”, ma è esattamente il contrario: sono gli arabi a dare la caccia agli “infedeli”, a casa loro o a casa nostra non importa. E noi, nelle nostre comode vite rese solo più scomode dalla crisi economica, abbiamo indietreggiato troppo, passo dopo passo, crocefisso tolto dopo crocefisso tolto. Noi che, ora, ci limitiamo a guardare in cagnesco quelli che parlano in arabo, ma non abbiamo nemmeno il coraggio di dire loro qualcosa, se per caso fanno casino nel parchetto sotto casa. Perchè abbiamo paura, perchè quelli lì sono pericolosi, perchè quelli lì – diciamo noi – ci mettono un niente a tirare fuori il coltello e ad ammazzarti. E’ possibile un dialogo con l’Islam moderato presente in Europa? Non so, non vedo tutto questo Islam moderato. Ma sarebbe sbagliato dare la colpa solo ed esclusivamente alla religione musulmana: in un tremendo passato sappiamo bene cosa combinò la Chiesa Cattolica e ancor oggi, in tempi recenti, dalla ex Jugoslavia all’Israele fino al Medioriente, abbiamo visto tutti quello che il fanatismo religioso provoca, a tutte le latitudini, sotto diversi nomi, un vero oppio per i popoli. Senza voler assolutamente giustificare una carneficina come quella avvenuta a Parigi, forse i vignettisti di “Charlie Hebdo” avevano un po’ troppo calcato la mano: sapendo di avere a che fare con persone (e con religioni) poco ragionevoli, avrebbero dovuto abbassare un po’ il tiro. Alcune delle loro copertine suonavano veramente macabre, qualcuna è stata una cupa profezia. Lo sappiamo che la matita (e la lingua) può uccidere più di una pistola, ma stavolta non è stato cosi. Non so cosa sarebbe successo, da noi, se un giornale arabo avesse fatto vignette simili contro Dio, Gesù e la Madonna. Siamo sicuri che nessuno avrebbe pensato di farsi giustizia da sè? Purtroppo non ne sarei così sicuro. Purtroppo siamo rimasti ai tempi delle Crociate. L’evoluzione dell’uomo, in fondo, è stata ben poca cosa. People attend a support rally for French

TRAGEDIE IN TV, LA CURIOSITA’ MORBOSA DEGLI ITALIANI

porta-a-porta-di-bruno-vespa-e-il-delitto-di-cogneTutto ebbe inizio con la tragedia di Alfredino Rampi, a Vermicino, vicino Roma, quel maledetto mercoledì 10 giugno 1981, quando il bambino di 6 anni precipitò in un pozzo artesiano nelle campagna attorno alla casa estiva della sua famiglia. Per 60 lunghe, lunghissime ore, milioni di italiani (21 milioni, secondo l’Auditel dell’epoca) rimasero incollati davanti alla diretta fiume del TG1 – e, successivamente anche del TG2 e del TG3 – per seguire il disperato tentativo di salvataggio del piccolo Alfredino, fallito per colpa del destino avverso, ma anche di tanta confusione e disorganizzazione nei soccorsi. Dalle ceneri di quella tragedia, che forse poteva essere evitata, nacque la vera e propria Protezione Civile Italiana. “Fu il primo vero e terrificante reality della storia delle televisione”, raccontò, molti anni dopo, il giornalista Piero Badaloni (in seguito corrispondente Rai dalla Germania e presidente della Regione Lazio), inviato dal direttore del TG1, Emilio Fede, a seguire da vicino tutta quella tristissima vicenda, culminata nella visita a Vermicino dell’allora amatissimo Presidente della Repubblica Italia, Sandro Pertini. “Volevamo raccontare una storia di vita e, invece, si trasformò in una storia di morte”, disse Giancarlo Santalmassi, a quei tempi direttore del TG2.
L’incidente di Vermicino fu seguito con trepidazione, perché il piccolo Alfredino poteva essere il figlio di tutti noi, e una disgrazia del genere poteva davvero capitare a tutti, appena fuori dall’uscio di casa. Fu quindi, se possiamo dirlo, un partecipazione totale e una curiosità “positiva”.
Qualche anno prima, nel 1978, un’altra terribile notizia poteva diventare un caso televisivo: Il sequestro, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Ma gli scarsi mezzi tecnici dell’epoca e – soprattutto – la brutalità del fatto (non una disgrazia capitata ad un bambino, ma un vero attacco terroristico ad un uomo dello Stato) relegarono quell’evento nei libri di storia della nostra Repubblica, ma non fecero altrettanto breccia nei cuori dei telespettatori. Anche se io stesso, bambino di 9 anni, ricordo tutte le edizioni speciali dei telegiornali sul caso-Moro. Quindi, qualcosa di mediatico, accadde anche in quei 55 giorni tra il 16 marzo (strage di via Fani) e il 9 maggio (ritrovamento del cadavere in via Caetani, sempre a Roma).
Qualcosa di simile, con una grande ondata di indignazione popolare, avverrà nel 1992, con gli attentati della Mafia ai giudici Falcone e Borsellino.
Della terribile strage della stazione di Bologna (85 morti) del 1980, restano solo poche immagini in bianco e nero di soccorsi disperati e la commemorazione ogni 2 agosto.
Negli anni seguenti, con l’arrivo di nuove tecnologie e il raddoppiarsi delle emittenti televisive (vi ricordate i racconti, minuto per minuto, nei telegiornali Fininvest diretti da Emilio Fede, dei due piloti Cocciolone e Bellini, abbattuti durante la Prima Guerra del Golfo? E le dirette infinite con Paolo Brosio davanti al Palazzo di Giustizia di Milano durante Tangentopoli?), la curiosità degli italiani è aumentata a dismisura, passando da curiosità “positiva” a curiosità “morbosa”.
Il caso più clamoroso rimane quello della “mamma di Cogne”, Anna Maria Franzoni, accusata (ma lei ha sempre negato!) di aver ucciso – era il 30 gennaio 2002 – il figlio Samuele, di appena tre anni. Proprio il fatto che la presunta assassina abbia sempre respinto l’accusa, scatenò un infernale finimondo mediatico: dai plastici di Bruno Vespa, a “Porta a Porta”, con la ricostruzione della villetta di Cogne, alle sue interviste al Maurizio Costanzo Show, fino alla presenza, sempre più familiare per milioni di famiglie televisive italiane, dei Ris di Parma con la loro tuta bianca anti-contaminazione e di illustri esperti, tra cui brillavano i cosiddetti criminologi, di cui ancora non ci siamo liberati tutt’oggi. Io stesso, per lavoro, ho assistito ad alcune udienze in Corte d’Appello a Torino, compresa la lettura della condanna per la Franzoni a 16 anni di galera, era il 2007, e vi assicuro che fuori dal Tribunale stazionava una fila di curiosi senza fine, pronti a tutto, anche ad ore e ore di coda al freddo, pur di accaparrarsi i primi 30-40 posti che, ogni giorno, valevano la visione “in diretta” delle udienze, proprio all’interno dell’aula, a pochi banchi di distanza dall’imputata, la Franzoni, trattata alla stregua di una star (proprio perché diventata famosa grazie alla tv).
Grande risonanza mediatica, ha avuto anche l’assassinio di Sarah Scazzi, 15 anni, avvenuto nell’agosto del 2010, ad Avetrana, in provincia di Taranto: protagonista assoluto il presunto “zio belva”, Michele Misseri, in realtà finora l’unico non in carcere, che si autoaccusò più volte per proteggere le due esecutrici materiali del delitto: la cugina Sabrina e la zia Cosima, attualmente in carcere, condannate all’ergastolo. Terribile. Anche per le nostre coscienze e per quella di chi si è inventato il “turismo del macabro”, organizzando gite fuori porta per vedere i luoghi degli ultimi episodi di cronaca nera. Per poter dire “io c’ero!”.
Succede anche a Garlasco (Pavia), dove ancora non hanno capito chi ha ucciso, il 13 agosto 2007, la povera Chiara Poggi? E’ stato il fidanzato, Alberto Stasi? Ma non è già stato assolto due volte? E allora perché adesso è stato condannato a 16 anni di reclusione? Almeno fino al processo d’appello.
E la morte della piccola Yara Gambirasio, appena 13 anni, in provincia di Bergamo? Anche qui un presunto colpevole c’è, il muratore Massimo Giuseppe Bossetti, in carcere da sei mesi. Ma anche lui si processa innocente.
E il caso di Perugia, con l’assassinio – nella notte di Halloween 2007 – della studentessa inglese Meredith Kercher? Sono davvero innocenti Amanda Knox e Raffaele Sollecito? Il colpevole è solo l’ivoriano Rudy Guede, già condannato? E a Perugia sono aumentati i turisti, anche per questo motivo…
Ma non vogliamo fare i moralisti a tutti i costi: forse un selfie davanti alla carcassa della Costa Concordia, quando era ribaltata davanti all’Isola del Giglio, l’avrei fatta anch’io, per poi postarla sui social network. Ma il vero responsabile è un altro, un certo capitano, ora sotto processo a Grosseto….
Negli ultimi mesi, la curiosità morbosa degli italiani è stata riaccesa da alcuni sconvolgenti fatti di cronaca, a cominciare dalla sparizione, e dal ritrovamento del cadavere, di Elena Ceste, la mamma e moglie di 38 anni, 4 figli, e una vita apparentemente tranquilla. Tutti a scandagliare il passato e il presente della donna e del suo rapporto con il marito, finora l’unico indagato per la morte della moglie. E tutti a dire: “Tanto è stato il marito”, una condanna mediatica (ancora prima che giudiziaria: ancora tutto da provare!) che, peraltro, negli ultimi anni ha trovato tragica conferma in tanti, troppi femminicidi.
Tutti a parlare di Elena Ceste e delle sua (probabile) doppia vita (ne parla ancora, ogni pomeriggio, in uno snervante stillicidio di macabri dettagli, la presentatrice Barbara D’Urso, odiosa per tanti e odiata da tutti, sanzionata dall’Ordine dei Giornalisti – forse perché non ne fa parte – ma una che il suo mestiere lo sa fare, e l’audience è lì a confermarlo), ma all’improvviso, alla ribalta della cronaca nera, sale un delitto ancora più efferato, ancora più sconvolgente: l’uccisione del piccolo Andrea Loris, 8 anni, a Santa Croce Camerina (Ragusa). E subito tutti a giocare all’investigatore: chi sarà stato? Sicuramente il cacciatore che ha trovato il corpo del bimbo, dicono e scrivono in tanti. Sbatti il mostro in prima pagina, in prima serata e sul web. Poi, giorno dopo giorno, fotogramma di telecamera dopo fotogramma di telecamera, si scopre che la maggiore indiziata è la mamma. La mamma: possibile? E ne parlano tutti, davanti alla tv, a casa, al bar, mentre si fa la spesa. La curiosità “morbosa” dilaga.
Ma è colpa della tv che ce l’ha fatta venire o siamo noi stessi che ce l’abbiamo dentro, e la tv non fa altro cha darci quello che veramente vogliamo? Difficile dare una risposta. Forse, la verità sta nel mezzo. Nel mezzo della nostra coscienza (potremmo anche non guardarle, certe trasmissioni) e nel mezzo della coscienza dei produttori tv (potrebbero anche fare a meno di infierire così crudelmente sulle famiglie delle vittime, già così duramente colpite). Ma, temiamo, sia una battaglia già persa in partenza.
The show must go on.

LA FORMAZIONE PROFESSIONALE: PER IL LAVORO E PER “RICICLARSI”

Confesso subito: ho sempre detestato convegni, seminari, congressi e corsi di formazione, li ho sempre trovati fuffosi, noiosi, pieni zeppi di bla bla bla pronunciati da emeriti pseudo-esperti e professoroni. Per quanto possibile, me ne sono sempre tenuto alla larga. Fino a quando l’Ordine dei Giornalisti non ha pensato bene di organizzare questi corsi di aggiornamento obbligatori. La mia reazione immediata è stata: ma con tutti i problemi che abbiamo noi giornalisti, invece di trovarci da lavorare, questi qui s’inventano i corsi? Infatti sono passati parecchi mesi prima che mi mettessi di buzzo buono ad iscrivermi alla piattaforma Sigef, dalla quale prenotazione la mia partecipazione a questi corsi, pena la revoca dell’agognato tesserino da giornalista! Mi iscrivo alla piattaforma su internet, provo ad iscrivermi ai corsi, ma su Torino sono già tutti esauriti! Capperi: ma io devo avere 15 crediti entro la fine dell’anno! Come faccio? Provo, riprovo, e finalmente riesco ad iscrivermi ad un paio di eventi in provincia, ad Asti e a Cuneo, meno battuti dalla grande massa giornalistica. Poi, quando l’amica e collega Mara Martellotta mi ha suggerito il trucchetto di iscrivermi online a mezzanotte e un minuto ad un corso (le iscrizione telematiche si aprivano alla mezzanotte puntuale), sono riuscito a sbaragliare la concorrenza ed ad iscrivermi ad un paio di corsi (tra cui quello organizzato dalla Guardia di Finanza al Palazzo di Giustizia). Ebbene: con tutte le perplessità del caso, ho iniziato la mia formazione. Interessante ad Asti, sulla comunicazione della Pubblica Amministrazione, ancora più interessante a Cuneo, in un venerdi di pioggia torrenziale, nella sede del settimanale cattolico “La Guida” (nella foto un momento della relazione di Luca Rolandi, direttore de “La Voce del Popolo”), dove ho conosciuto il variegato mondo dei settimanali cattolici. Mi è piaciuto, mi sono appassionato. Nozioni utili, informazioni interessanti, una formazione davvero professionale, fatta bene. E in più: incontri con colleghi vecchi e nuovi, confronti, consigli, pacche sulle spalle, strette di mano, dritte di lavoro. Il nostro mondo. Ore spese bene. E così mi sono ricreduto: w i corsi di formazione dell’Ordine dei Giornalisti! Sto imparando cose nuove: è questa la finalità dei corsi di aggiornamento, no? Direi proprio di sì. A tal punto che mi sto già iscrivendo ai corsi del 2015, a Torino, Milano, Savona, Aosta, Piacenza, Bergamo, Roma… Ho capito -meglio tardi che mai- che è un modo per allargare le mie conoscenze professionali e magari per trovare un nuovo lavoro e/o “riciclarmi” in un’altra attività (la famosa”ricollocazione”). A proposito: quando c’è il prossimo corso? convegno cuneo

VOLONTARI: E PENSARE CHE NON E’ IL LORO LAVORO

Tutte le volte che ho a che fare con le associazioni di volontariato, mi risuona in mente questa frase, una vera e propria sentenza: “Il volontariato fa bene soprattutto a chi lo fa”. E’ vero. Eccome! Sabato scorso siamo stati ad Asti, in via Genova, nella sede della Croce Verde, una delle società centenarie della città. Grazie al contributo della validissima Luciana Salato, ufficio stampa dell’Anpas, i volontari della Croce Verde hanno messo in piede una autentica simulazione dal vivo di un intervento di pronto soccorso: un incidente simulato, un’auto (presa da uno sfasciacarrozze) che travolge un pedone: il pedone rimane ferito, a terra. Tutto molto reale. Arriva l’ambulanza della Croce Verde, a sirene spiegate. A bordo quattro infermieri-soccorritori, che -seguendo le istruzioni e tutto ciò che hanno imparato nei corsi di pronto soccorso- intervengono a soccorrere lo sfortunato pedone travolto (interpretato da un robusto volontario di Asti). In 14 minuti di lavoro perfettamente sincronizzato, i soccorritori hanno prestato le prime cure al ferito, immobilizzata la testa e la gamba ferita, forse fratturata, e lo hanno caricato in ambulanza, via verso l’ospedale, di nuovo a sirene spiegate. Una gran bella esercitazione. Per fortuna, solo un’esercitazione. Dove ho persino scoperto una novità: pensavo che l’importante fosse, per un’ambulanza, arrivare sul posto, caricare il ferito e trasportarlo all’ospedale il piu’ alla svelta possibile. Ma i tempi, e la filosofia medica, sono cambiati. Adesso si prestano subito le prime cure, già al momento dell’arrivo dei soccorritori. E io penso: sono proprio bravi, quasi miracolosi. Ma del resto, è il loro lavoro…e invece no: dei quattro soccorritori, due sono tecnici delle caldaie, uno è uno studente e il quarto è un idraulico. Possibile? Possibile che qualcuno, che ha già un proprio lavoro, riesca ad essere cosi bravo in un’altra attività da salvare gambe, cuori e vite? Quasi potere di vita e di morte? E’ possibile, certo. Alla Croce Verde di Asti e in tante altre associazioni. Credetemi: vASTI CROCE VERDE 7iene voglia di diventare come loro.

IL TRIONFO DELLE PENSIONI. (ANCHE NEI FILM)

Il nuovo film di Ficarra & Picone, “Andiamo a quel paese”, fotografa perfettamente la situazione attuale di milioni di italiani: la perdita del lavoro in città, il ritorno al paese e, possibilmente, sotto l’ala protettrice di genitori, nonni e zii in possesso di una buona pensione. Perchè, come viene ripetuto più volte nel film, “la pensione è per sempre”. Naturalmente il film fa ridere, ma al tempo stesso fa riflettere: una delle scene più esilaranti è quando la bambina, figlia di uno dei due disgraziati tornati in bolletta nel paese d’origine, a proposito delle sue bambole, dice: “Ken ha lasciato la Barbie e si è messo con la Befana: almeno lei ha una buona pensione”. E da lì in avanti è tutto uno snocciolare di battute a raffiche che prendono peraltro spunto dalla vita reale: tanti uomini giovani che si mettono a corteggiare donne molto più anziane, e persino a fare loro la serenata. Solo per garantirsi un futuro. Con intenzioni serie, s’intende. In mezzo c’è di tutto: il matrimonio tra la zia di 70 anni e il giovane Valentino, la curiosità morbosa dei paesi piccoli che mormorano, la vergogna evocata nei confronti di una donna che sta con un uomo molto piu’ giovane (e se, invece, fosse il contrario?), la zia Lucia che aveva una relazione con il parroco del paese, che finalmente abbandona la tonaca per abbracciare il vero Amore (e lo ritroveranno anche i giovani), la 90enne che nel segreto del confessionale chiede se può fare una “fuitina” con il suo innamorato… E, tutto intorno, l’assoluta apologia della Pensione, questa benedetta! Meglio se con la delega…Nella speranza, un giorno, di averla anche noi (la pensione). E se non l’avremo noi, allora perchè non mettere su un “ospizio abusivo” con tanti pensionati da curare, evitando che mangino dolci e sperando che campino 100 anni (o fino alla fine del mese)? Almeno nel film, infatti, il nostro sembra un paese per vecchi. Anzi, per anziani. Perchè “vecchie sono le cose: le persone sono anziane”.
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MATRIMONI GAY: CHIESA, POLITICA E SOCIETA’ SPACCATE IN DUE

matrimoni-gay-italia-1222x900-840x420Politica, Chiesa e società. Tutte coinvolte appassionatamente nel tema caldo (anzi, rovente) di questi giorni: il matrimonio fra persone dello stesso sesso. La politica si è già espressa: il ministro Alfano (con il suo diktat ai prefetti per cancellare le nozze gay celebrate all’estero) e buona parte del centro-destra contrario, il sindaco-ribelle di Roma, Marino, e buona parte del centro-sinistra favorevole. Se la politica è spaccata in due, la Chiesa e tutto il mondo ecclesiastico rimane tradizionalista: lo ha confermato il Sinodo, l’assemblea straordinaria dei vescovi, nonostante le piccole ma significative aperture di Papa Francesco, soprattutto nei riguardi della tutela dei minori, figli di uno dei due componenti della famiglia “omosessuale“. Già, la famiglia: in un sondaggio dell’Ipsos, il 53% degli intervistati (la cosiddetta società civile) considera “famiglia” una qualunque coppia legata da affetto e che voglia vivere insieme. In particolare: tre su quattro degli intervistati sono favorevoli al diritto del riconoscimento dei diritti per gli omosessuali: il 35% si dichiara favorevole al matrimonio e il 39%, pur essendo contrario alle nozze, è però favorevole alle unioni civili. Il 23%, invece, è contrario a qualsiasi riconoscimento delle unioni. Il vero problema, tuttavia, rimane legislativo: perchè i matrimoni omosessuali celebrati all’estero non hanno comunque valore in Italia e, soprattutto, sembrano essere completamente usciti di scena i disegni di legge (Pacs o Dico, ve li ricordate?) per regolamentare le unioni di fatto e le convivenze tra persone di sesso diverso: uomini e donne. Non sono forse famiglie anche queste?