IL TRISTE RITRATTO DELLE VITTIME DELL’ARIA

Una delle cose meno divertenti del nostro mestiere di giornalista è l’impatto con la cronaca nera. Soprattutto nei casi di disastri di massa, come gli incidenti aerei. L’ultimo, in ordine di tempo, è avvenuto domenica 10 marzo, alle 8.44 del mattino, sui cieli dell’Etiopia. Un Boeing 7373 Max 8 della Ethiopian Airlines, una delle compagnie africane più affidabili, sei minuti dopo il decollo da Addis Abeba con destinazione Nairobi è precipitato portandosi via la vita di 149 passeggeri e 8 membri dell’equipaggio.
Domenica mattina ero al lavoro, nella redazione di Euronews. Il nostro è un lavoro di desk, non abbiamo la fortuna (o la sfortuna?) di essere sul campo, almeno non in questo frangente, nel momento in cui si è appresa la notizia dell’incidente. Pensando subito all’eventualità, poi confermata, della presenza di italiani a bordo. Ce n’erano otto.
Quella che doveva essere una tranquilla domenica di lavoro si è trasformata in una triste attesa di notizie, diffuse dall’agenzia Ansa e da altre agenzie internazionali, sulla scorta delle informazioni fornite dalla stessa Ethiopian Airlines alla Farnesina. E da lì è cominciato il lavoro meno divertente del mondo: il triste ritratto delle vittime dell’aria.
Informazioni che cominciavano ad arrivare come un fiume in piena, nomi, cognomi, età, origine, lavoro, attività. E poi, le foto. Meglio, se in un momento di felicità, passata. Una volta, per avere le “testine” delle vittime dei fatti di cronaca bisognava chiedere alla Questura, che le forniva alla stampa in base alle foto dei documenti di identità. Ora, esistono i social network. Si rischia di andare a frugare nell’intimità delle vittime, e su Facebook, ad esempio, poco dopo l’incidente esistevano già le pagine delle vittime con la scritta “in memoria di…”.


E allora, facciamo il nostro lavoro di ficcanaso. La foto dell’archeologo Sebastiano Tusa con la moglie durante una vacanza, il sorriso delle giovani funzionarie dell’Onu Virginia Chimenti e Pilar Buzzetti, una foto di Paolo Dieci ad una manifestazione con la bandiera della pace, i coniugi medico e infermiera, originari della provincia di Arezzo, che andavano in Sud Sudan per l’inaugurazione di un ospedale, insieme al commercialista, tesoriere della onlus Africa Tremila. E poi Rosemary Bumbi, l’unica di cui non si sono trovate fotografie, semplicemente perchè – tra le diverse omonime presenti sui social – non si sa qualche fosse la “vera” Rosemary. Il tutto per comporre un ritratto, triste, lo ribadisco, quasi un puzzle di volti un tempo sorridenti e che ora non lo saranno più. Sarà difficile persino recuperare i corpi delle vittime, l’aereo è letteralmente precipitato dentro al terreno, sprofondato in profondità. Forse non ci sarà nemmeno un corpo da consegnare ai familiari, per poter piangere i loro cari.
A volte odio questo lavoro.

«Beverly Hills 90210», grande macchina di sogni adolescenziali

di Aldo Grasso (dal Corriere della Sera)

Con Luke Perry sono morti gli anni ’90? In realtà, niente muore, tutto ritorna; per questo è giusto ricordare quella magnifica macchina da sogni adolescenziali che è stata «Beverly Hills 90210», il primo esempio compiuto di teen drama, come lo intendiamo oggi. Creata da Aaron Spelling, da Darren Star, da Charles Rosin e da altri ancora (in Usa dal 4 ottobre 1990, in Italia dal 19 novembre 1992 su Italia 1), la serie ruotava attorno alla famiglia Walsh, trasferitasi per il lavoro del padre dalla provinciale Minneapolis alla mondanissima Beverly Hills. «Beverly Hills 90210» era «Happy Days» vent’anni dopo; era la parte solare di «Twin Peaks», l’altra faccia di Gioventù bruciata.

C’era ancora Fonzie, che qui si chiamava Dylan (come Bob, come il poeta Dylan Thomas), c’erano i gemelli Walsh (come il grande regista), lei Brenda e lui Brandon (quasi come Marlon). C’era l’intellettuale del gruppo, una ragazza, che si chiamava Andrea Zuckerman (suo padre sarà certo uno dei tanti mitteleuropei finiti a Hollywood). «Beverly Hills» è stato il sogno easy chic di un mondo fatto di belle case, belle macchine, bella vita e brutti problemi. In America, alla fine delle puntate incentrate su particolari tematiche sociali (e la droga, l’alcolismo, il razzismo, la maternità indesiderata, l’Aids), venivano proposti numeri verdi di assistenza. In Italia, ci pensavano le mamme più apprensive a vietarne la visione! «Beverly Hills» è stato un luogo mitico di riflessione, il primo «parliamone» dedicato ai teenagers. Non c’è scritto da nessuna parte che per affrontare un problema sia necessario discuterne, magari in tv. L’educazione sentimentale può anche scaturire dalla lettura di un libro. O dalla visione di un film. O di una serie. E «Beverly Hills 90210» ha fatto proprio questo: ha raccontato, ha messo in scena i problemi, ha narrativizzato le paure.

“Tensioni Italia-Francia? È un problema italiano”

E’ un rapporto di amore e di odio, di simpatia (poca) e antipatia (molta) quella che unisce da secoli l’Italia e la Francia. Il Napoleone della situazione, ora, è il Presidente francese Emmanuel Macron, che non suscita grandi simpatie nemmeno nei connazionali (vero, Gilets Jaunes?) che lo hanno eletto appena un anno e mezzo fa, ma non riscuote molto successo nemmeno tra i cugini transalpini. Attenzione, però: “cugini transalpini” è una espressione tipica che vale sia per gli italiani nei confronti dei francesi, ma anche per i francesi rispetto agli italiani. Di solito, in entrambi i casi, con un velato senso di fastidio (l’antipatia di cui vi abbiamo detto sopra).
Vivendo una buona parte dell’anno in Francia, ho potuto constatare quanto – in realtà – questo accanimento sia, viceversa, quasi esclusivamente a senso unico: il flusso arriva dall’Italia e arriva in Francia con solo biglietto di andata, senza ritorno. Basta dare un’occhiata ai social, in tempo di dichiarazioni di Macron sui migranti, oppure quando l’inquilino dell’Eliseo richiama l’ambasciatore da Roma per una visita poco tempestiva di un vicepremier italiano ai leader di quei Gilet Gialli che così tanto detestano Macron. Gli “haters” di professione, in questi casi, diventano improvvisamente tra i nazionalisti più accesi, come ci accade solo una volta ogni quattro anni, ai Mondiali di calcio (quando ci qualifichiamo). Da parte francese, zero. Nessuna reazione. La loro presunta grandeur, il loro altrettanto presunto complesso di superiorità, li spinge a non esporsi, a rimanere ben coperti, a non gettarsi nell’italica mischia. Magari i francesi, in generale, non sprizzano simpatia da tutti i pori (ve lo confermo!), ma qualche eccezione, vivaddio, esiste: anche tra i colleghi giornalisti. E allora ho sondato il loro umore, a proposito di queste presunte tensioni diplomatiche italo-francesi, compreso il loro punto di vista sulla benedetta (o maledetta) TAV, la Torino-Lione della discordia. Ricordando al Ministro italiano dei Trasporti, Danilo Toninelli, che qualcuno a Lione ci va, eccome: soprattutto per lavorare.

“Sulle grandi opere, l’Italia sembra avere le idee confuse”
Il nostro primo interlocutore è Christelle Petrongari, giornalista di Euronews, di evidente origine italiana, in particolare della zona di Grosseto. “Francamente questa tensione tra Italia e Francia è soprattutto un problema politico, tra Salvini, Di Maio e Macron, quindi bel al di sopra delle nostre teste. E l’astio degli italiani nei confronti dei francesi, se davvero esiste, è un problema solo italiano. Io non mi sognerei mai di comportarmi male con un italiano solo perchè il suo governo è di destra o di sinistra e si comporta di conseguenza. Credo che nemmeno un italiano di media intelligenza farebbe la stessa cosa con un francese. Qui in Francia nemmeno sui giornali o nelle televisioni si è parlato troppo di questi rapporti tesi tra i due paesi, sono considerate normali scaramucce politiche. Per quanto riguarda la TAV, invece”, continua Christelle Petrongari, “esiste anche a Lione, anche in Francia, piccolo movimento di opposizione, ma non ci sono mai stati scontri o disordini, piuttosto esiste un movimento contratto ad un progetto autostradale sulla A45 da Lione e St.Etienne, ma questa è un’altra storia. Per quanto riguarda la Torino-Lione, la decisione da parte del governo francese è già stata presa, con determinazione, e l’opera alla fine si farà, anche perchè è parte di un corridoio europeo di transito ferroviario che non può essere interrotto. Ecco, mi sembra che in Italia, su questa attuazione delle grandi opere o meno, abbiate un po’ le idee confuse”.



“E’ solo politica!”

Interviene Joel Chatreau, da quindici anni giornalista radiofonico a FranceInfo: “Ho tanti amici italiani, che vivono in Francia o che risiedono in Italia e nessuno di loro penserebbe mai di paragonare tutti i francesi a Macron, così come noi non identifichiamo certo gli italiani in base al fatto che il loro capo del governo sia Berlusconi o qualcun altro. Quella è solo la politica! Nella vita reale, io ho molto rispetto degli italiani che, tra prima, seconda e terza generazione, compongono una fetta importante della società francese. Ma l’Italia, che adoro come paese, è fatta così, è il paese dei campanili e delle polemiche, e questa è una caratteristica tutta italiana, che può anche diventare un problema tutto italiano. Ma non credo che un italiano di buon senso possa rinunciare, che so, ad un week end a Parigi – beh, magari non in questo periodo di Gilets Jaunes… – solo perchè Macron, una volta, ha detto che l’Italia è vomitevole, riferendosi all’atteggiamento del governo nei confronti dei migranti. Per quanto riguarda la Torino-Lione”, continua Joel Chatreau, “vedo e leggo quello che vedono e leggono tutti: le manifestazioni per il SI e per il NO a Torino, l’analisi costi-benefici giudicata deficitaria dal governo italiano e giudicata straordinariamente di parte dal Comitè Transalpine Lyon-Turin, la richiesta dell’Unione Europea e della Francia all’Italia di finire l’opera o restituire i soldi ottenuti per la costruzione dei 57 km di tunnel. La mia opinione? Temo che tra vent’anni saremo ancora qui a parlarne, ma molto dipenderà dal colore futuro dei governi italiani”.

“Niente battibecchi, i capi di governo avrebbero altro di cui occuparsi”
Dalla campagna della regione Rhone Alpes-Auvergne, a Bourg-en-Bresse, una delle roccaforti degli ultimi quattordici sabati dei Gilets Jaunes, fa sentire la sua voce anche Maria Caterina Tarditi, insegnante di italiano, originaria della Toscana, zona Maremma, che da oltre vent’anni vive in Francia. “Non ho mai pensato di tornare in Italia, dove andrei mai ad insegnare?”, si domanda. E, sui rapporti tesi tra Italia e Francia visti “da dentro”, commenta. “Non per tenere la parte di chi mi ospita, ma mi sembra che la responsabilità sia soprattutto dei politici italiani, che hanno aizzato le folle, le loro folle di simpatizzanti ed elettori, contro Macron. Servirebbe un atteggiamento più maturo, non siamo a ‘Giochi Senza Frontiere’, dove l’Italia deve battere la Francia, ma siamo in un contesto europeo dove tutti dovrebbero tirare nella stessa direzione. E, purtroppo, non accade. Detto questo, è chiaro che esiste un evidente malessere sociale in Francia, di cui forse Macron non si è ancora reso conto, se non ultimamente per effetto delle proteste dei Gilet Gialli. La qualità della vita in Francia, negli ultimi quindici, è decisamente peggiorata”, conclude Maria Caterina Tarditi, “e nè alla Francia nè all’Italia servono questi inutili battibecchi tra i rispettivi capi di governo. Dovrebbero occuparsi di ben altro”.

I balli senegalesi in chiesa per beneficenza scatenano la polemica sui social

da “Torino Oggi” – di Marco Bertello

“Cos’è sto schifo!? Il Bunga Bunga almeno lo facevano a casa loro”. Questo è solo uno dei tanti commenti che popolano il Web e che impallinano la serata che si è tenuta sabato in chiesa a None con il concerto di percussioni dell’associazione Tamra, che aveva anche il fine di raccogliere fondi per i lavori che si stanno tenendo in parrocchia.

La serata voleva essere un momento di incontro con la cultura senegalese, ma un video che si è diffuso in maniera virale su Internet ha scatenato una serie di polemiche ed attacchi al vetriolo, che hanno lasciato interdetto il parroco don Giancarlo Gosmar, che non si dà pace per una reazione così feroce: “Mi hanno fatto vedere i commenti e mi chiedo cosa ci sia di dissacrante in quanto è successo? – commenta basito –. È una serata che nasceva dall’esigenza dei giovani dell’oratorio di conoscere una realtà diversa e di confrontarsi con loro”.

Non è la prima volta, peraltro, che la musica Griot di Magatte Dieng e dei musicisti che collaborano con lui, viene suonata in chiesa a None: “C’era già stata una serata qualche tempo fa e nessuno si era lamentato” ricorda don Gosmar.

Stavolta invece un video di un paio di minuti che riprende l’esibizione ha scatenato il putiferio. Basta vedere le reazioni sul profilo del giornalista Cristiano Tassinari, che abita in paese e ha pubblicato il filmato con il commento “E poi, in certe chiese, come a None, il parroco permette le danze tribali senegalesi…”.

Ne è seguita una sfilza di commenti più disparati: “Questo è uno spettacolo da circo”, “Siamo alla frutta”, “Solo più perenne carnevale”. E non mancano attacchi al prete come “Il parroco di sicuro è buonista e del Pd”.

Ovviamente non mancano le voci in difesa, anche se sono numericamente di meno: “Buondì, scusate l’intromissione. Qualcuno ha avuto l’idea di andare a chiedere ed informarsi sull’evento? Delle sue finalità? Non vi angustiate, andate pure nelle vostre tranquille chiese, nessuno viene a giudicare l’operato che fate dentro” oppure “Questi ragazzi fanno volontariato per bimbi in difficoltà. Vi turba perché in chiesa? Perché sono lavoratori integrati e non hanno alcun tipo di fanatismo. Il ballerino è una persona da conoscere. È morta la moglie e la figlia. Un gigante buono. Vorrei lo conosceste”.

Nel dibattito, è intervenuto anche il vice sindaco nonese Roberto Bori Marrucchi che sul suo profilo Facebook ha commentato duramente: “Sabato sera scorso, nella Chiesa Parrocchiale di None, c’è stato un concerto di musiche africane con percussioni e balli. Il tutto organizzato per raccogliere dei fondi per il restauro in corso dell’edificio di culto. Ieri sera mi sono imbattuto, su questo social, su un filmato della serata. Quello che più mi ha sconvolto sono stati i commenti lasciati. Dire razzisti è fare un complimento. Una sequela di insulti, con il corollario di frasi tipiche razziste, verso il parroco, il Papa, i preti, i cristiani complici di tale sacrilegio, le scimmie nere. Decine e decine di questi commenti. Che desolazione! Che schifo! Stiamo veramente divenendo un popolo xenofobo. O forse lo siamo sempre stati ed ora qualcuno ha sdoganato l’anima più nera che c’è in noi”

Il video come succede sul web, ha fatto il giro ed è finito anche sul profilo dello speaker di Radio Padania Libera Sammy Varin, dove si è scatenata un’altra raffica di commenti del tipo: “Qualcuno chiami Salvini”, “Via fateli tornare in Africa”, “Vomitevole vergognoso”.

Una reazione e una diffusione che nessuno in parrocchia e all’oratorio si sarebbe aspettato, men che meno il parroco: “La chiesa non è una balera, questa serata serviva per conoscere l’espressività del popolo africano che passa anche attraverso la musica e il ritmo – conclude don Gosmar –. Abbiamo anche fatto cena con il gruppo per parlare di loro e della loro cultura e farli sentire a casa”.

Ortoressia, questa sconosciuta (e pericolosa)

L’ortoressia è un disturbo che porta ad ammalarsi…di troppa salute. L’ossessione per il cibo sano, questa una possibile definizione di “ortoressia”, è un disturbo alimentare relativamente nuovo, ma già in forte crescita. Non è ancora riconosciuta come patologia dal DSM-5, il principale manuale di diagnostica dei disturbi mentali, ma tra le malattie psichiatriche classificate come ARFID (Avoidant Restrictive Food Intake Disorder), che riunisce le persone che non mangiano per ragioni non legate al dimagrimento, può rientrare anche l’ortoressia.
“Si tratta di un disturbo insidioso, perché inizialmente può essere scambiato per un corretto stile di vita. Il paziente stesso è portato a pensare che gli altri non si rendano conto di intossicarsi con cibi malsani, si sente l’unico a fare la cosa giusta”, spiega Dora Aliprandi, psicoterapeuta presso Aba (Associazione per lo sviluppo e la ricerca sull’Anoressia, la Bulimia e altri disturbi alimentari), intervistata dalla rivista “Donna Moderna”.
“Da noi, gli ortoressici arrivano solo quando realizzano di essere socialmente isolati e di stare male fisicamente. Assumendo pochissimi nutrienti, oltre a perdere peso, continuano ad ammalarsi, sono anemici e soprattutto malnutriti. Li riconosci perché hanno la carnagione pallidissima”, aggiunge la dottoressa Aliprandi.
E non è finita: perchè il passaggio dall’ortoressia all’anoressia sembra davvero breve.
Ortoressia, un problema più maschile dell’anoressia
“L’ortoressia è il sintomo d’esordio dell’anoressia. Succede in molti casi”, aggiunge Stefano Erzegovesi, responsabile del Centro disturbi del comportamento alimentare dell’Ospedale San Raffaele Turro di Milano, intervistato da “Donna Moderna.
“Si diventa vegeteriani, poi vegani, poi crudisti, quindi si comincia da una qualunque restrizione, ma di fatto si sta sviluppando un disturbo anoressico mascherato da salutismo. In entrambi i casi si tratta di problemi alimentari che hanno a che vedere con il controllo e “l’evitamento”. Ma a differenza dell’anoressia, che colpisce quasi solo donne (90%), nell’ortoressia c’è una leggera prevalenza degli uomini”.
Nel 2017, secondo i dati del Ministero della Salute, quasi 3 milioni di italiani soffrivano di disturbi dell’alimentazione e di questi circa 500mila erano ortoressici”.
Appetito corretto? Non proprio
Il termine ortoressia viene dal greco: ortos, “corretto”, e orexis, “appetito”. Letteralmente, dunque, si tratta di “appetito corretto”. Il termine richiama alla memoria, ovviamente, l’anoressia (che significa letteralmente “mancanza di appetito”).
Come ricorda il sito psicolinea.it, “ortoressia”, o “ortoressia nervosa”, è un termine coniato dal dottor Steven Bratman per definire l’ossessione patologica per i cibi sani, che porta alla malnutrizione e a disturbi di salute anche gravi.
Lo stesso dottor Bratman, specializzatosi in medicina alternativa, era diventato un maniaco dell’alimentazione, al punto da consumare i propri pasti nel silenzio più assoluto, si alzava da tavola quando il suo stomaco non era ancora sazio, non mangiava mai una verdura se questa era stata colta da più di quindici minuti e masticava il boccone di cibo, prima di ingerirlo, per più di cinquanta volte. Mangiare del formaggio pastorizzato poteva farlo sentire male al punto di temere di contrarre, dopo questa ingestione di cibo ‘avvelenato’, una polmonite, se non addirittura il cancro. Riconosciuto di avere qualcosa che non andava, il dottor Bratman si è curato da solo ed ha anche divulgato le caratteristiche e la sintomatologia di questo disturbo alimentare fino ad allora sconosciuto (si può consultare il sito http://www.ortorexia.com, comprendente il test-fai-da-te elaborato proprio dal dottor Bratman.

Quasi come Braccio di Ferro con gli spinaci….
Il soggetto che soffre di ortoressia vuole a tutti i costi evitare determinati alimenti, come quelli contenenti grassi, conservanti, coloranti artificiali, carne rossa, uova, zuccheri, latticini, e sceglie una dieta povera. Le persone che soffrono di ortoressia non sono interessate al gusto di ciò che mangiano: l’unica cosa che conta è sapere che quel determinato cibo può fare bene, evitare le malattie, ricevere forza ed energia per affrontare la vita, un po’ come Braccio di Ferro e i suoi spinaci. I cibi preferiti per nutrirsi sono vegetali crudi e cereali, o cibi macrobiotici.

Salute, ad ogni costo
Le persone ossessionate dal cibo sano, come intuibile, sono anche quelle della  ‘salute, a qualsiasi costo’, dunque il loro interesse non riguarda solamente l’alimentazione, ma anche l’ossessione per il fitness, la pulizia, i massaggi, il rilassamento, la meditazione… Possono esservi poi altre fissazioni che portano ad esempio ad evitare, nei luoghi pubblici, stoviglie (piatti, pentole, posate) “contaminate” da un uso precedente con la carne, oppure considerate tossiche, come quelle di alluminio o di plastica. Al ristorante capita pure di chiedere un piatto di insalata con foglie non tagliate, per non far perdere alla verdura le sue qualità nutritive, mangiare solo (e soltanto) verdura e frutta di stagione, o escludere dalla propria dieta anche i latticini e le uova, per essere vegetariani totali, o ‘vegetaliani’, come molti si definiscono.

Occhio al supermercato
Un altro segnale di ortoressia è la conoscenza precisa di tutte le etichette dei cibi in vendita al supermercato: chi soffre di questo disturbo conosce i componenti nutritivi di ogni genere di prodotto, per cui sa benissimo, in termini assoluti e in percentuale, quanti grassi saturi e insaturi contiene quel determinato prodotto, il suo valore calorico, i carboidrati…
In pratica questi ‘estremisti del cibo’ focalizzano tutte le loro attenzioni ed energie solamente sugli aspetti dietetici, trascurando completamente gli altri aspetti della loro vita quotidiana, come ad esempio le relazioni sociali. Il che, alla lunga, crea problematiche psicologiche associate che rendono ancor più complicata una terapia “disintossicante”.

Esiste una cura?
“La cura è basata sul modello dell’anoressia: dobbiamo aiutare il paziente ad allentare il controllo ossessivo sul cibo e l’alimentazione”, conclude il dottor Erzegovesi, responsabile del Centro disturbi del comportamento alimentare dell’Ospedale San Raffaele Turro di Milano. “Ma il supporto psicologico e umano dei familiari e delle persone care risulterà fondamentale nella buona riuscita, in tempi ragionevoli, della cura”.

i 40 anni “sempreverdi” di Valentino Rossi

Sembra impossibile che Valentino Rossi, con quella sua aria sbarazzina da eterno Peter Pan, compia oggi 40 anni.
Però la carta d’identità parla chiaro: 16 febbraio 1979.

Auguri, ragazzo di Tavullia!

40 anni, 40 candeline. Ma per noi rimane sempre il ragazzo di Tavullia, che cominciò a vincere appena sbarcato nel Motomondiale, già dalla classe 125, poi – titolo dopo titolo – nella 250, nella 500 e, infine, nella MotoGp

Un palmares da “marziano”

Anche il suo curriculum straordinario parla chiaro: 9 titoli di campione del mondo (6 nella MotoGp e uno ciascuno in 500, 250, 125) e 115 vittorie, secondo solo all’altro fenomeno del motociclismo italiano e mondiale, Giacomo Agostini.

Ma i numeri, da solo, non bastano a spiegare il Fenomeno “Dottore”.

Tomba, Valentino, Pantani: che trio da leggenda

Un personaggio spontaneo, spesso bonariamente sopra le righe, un “Valentino nazionale” patrimonio di tutti gli italiani, senza nemmeno bisogno di usare un cognome cos“`i normale per un campione assolutamente fuori dal comune.

Negli ultimi 30 anni, in Italia, solo Alberto Tomba e Marco Pantani hanno raggiunto una popolarità e un tifo “da leggenda” come Valentino Rossi.

Italiano in tutto e per tutto

Italiano in tutto e per tutto, in qualche piccola caduta di stile (ricordate il caso dell’evasione fiscale e del “patteggiamento” con il fisco? Oppure, sportivamente parlando, le stagioni deludenti alla Ducati?), ma a cui gli italiani – e non solo gli appassionati di motori – hanno sempre perdonato, continuando a tifare per lui, ogni domenica, su ogni circuito, con l’apoteosi del tifo “nazional-popolare” in quel novembre del 2015, a Valencia, quando il sogno del decimo titolo mondiale di Valentino fu spezzato dal diabolico duo spagnolo Lorenzo-Marquez.

Ma il sogno del numero 46 di conquistare il titolo numero 10 continua: ci riproverà anche quest’anno, Valentino, in sella alla sua Yamaha, che nel 2019 gli piace ancor di pi`ù perchè è color nero e azzurro, proprio come la sua amata Inter.

Perchè il 46?

Fin dagli esordi, Valentino ha sempre usato il numero 46, anche nelle annate in cui ha avuto la possibilità di sfoggiare il numero 1 di campione in carica: il 46 era il numero utilizzato nel Motomondiale sia dal padre,Graziano Rossi, sia da un pilota giapponese di cui era molto appassionato, Norifumi Abe. Da quest’ultimo Rossi prese spunto per il suo primo soprannome, “Rossifumi”.

A caccia del titolo numero 10

Ci proverà ancora, Valentino, a vincere il decimo titolo mondiale.
Prima magari di pensare al futuro, forse come manager di una sua scuderia (ha già una avviatissima Accademia) o magari di un team di rally, un’altra sua grande passione.

Ci proverà ancora. Sempre con il suo sorriso da quarantenne stampato sul viso giovanile e quel suo accento più romagnolo che marchigiano, a dispetto della sua residenza tavulliese.

E, tra i tanti tweet che ha ricevuto in questo suo giorno speciale, Valentino Rossi apprezzerà quello ricevuto dall’Inter, che lo raffigura, forse poco meno di vent’anni fa, in compagnia del suo idolo Ronaldo.

Lui che è diventato l’idolo di milioni di giovani e meno giovani.
Quelli che avrebbero voluto essere semplicemente come lui.
Come Valentino.

 

Come sopravvivere a San Valentino (anche il giorno dopo)

Vademecum gentilmente offerto dall’esperto Luca Colantoni e dal suo blog…
https://lucacolantoni.wordpress.com/2019/01/
 

AVVERTENZE E MODALITA’ D’USO:La prima avvertenza è quella di non lasciarvi fuorviare dalla foto che può sembrare contro la giornata di San Valentino. In realtà si tratta di una nota contro tutto quello che ruota intorno a a questa giornata. La seconda avvertenza è quella di non capire male quel “fucking” della foto perché il “vaffa” in questo caso è solo per chi fa di questo giorno un business dove non conta più il sentimento. La modalità d’uso, invece, è che questa è una nota per tutti, per i single, ma anche per quegli innamorati che decideranno di festeggiare in maniera tranquilla, tra regali utili e qualche bacio in più. Per le coppie di ogni genere, per l’amore verso i propri genitori, per ogni tipo di buon sentimento. Buona lettura !!!

Happy “fucking” Valentine’s Day
Il freddo e i “Giorni della Merla”, i fatti di cronaca, le vicende politiche dove, da sempre, se le danno di santa ragione. Ma anche la D’Urso che spazia, alternando finti occhi lucidi e faccia preoccupata e sorrisi a mille denti, dal parlare dell’Isola dei Famosi e la faccia del Ken Umano fino a far finta di fare la giornalista intervistando politici e sguinzagliando in giro “i miei giornalistiiiii”, ma ancora, le vicissitudini della propria squadra di calcio, finanche un polemico Sanremo con un Ultimo che è arrivato secondo e un Mahmmud che ha vinto. Ecco, per tutte queste ed altre situazioni il pensiero è stato distolto dalla “fatidica data”, nessuno ha realmente pensato a quello che sta per accadere.
Ovvio adesso uno sguardo al calendario del vostro computer e vai, è fatta, il pensiero adesso vi assale, un tremolio leggero delle mani, il cuore a mille: il 14 febbraio, ovvero San Valentino è implacabilmente planato sulle nostre vite. Già, proprio il giorno della famosa Festa degli Innamorati. Ma parliamo dei giorni precedenti a questa fatidica data.
Cominciamo da qui: alzi la mano chi passando davanti alle vetrine di tutti i bar e di tutte le pasticcerie non si è imbattuto in addobbi, scatole di cioccolatini, cuori di panna ed orsacchiotti vari. Ed alzi ancora la mano chi di voi, di fronte a tanto scempio, non ha mai provato l’irrefrenabile desiderio di trasformarsi nel più acceso degli hooligans da stadio e spaccare tutto oppure, anzi, non ci si fa neanche troppo male, prendere una bella tanica di benzina e dare fuoco a tutto. E poi, scusate, ho dimenticato i cuori rossi gonfiabili… rialzi la mano chi non ha mai sentito l’impulso di armarsi di spillone e bucarli tutti?
Ma sì, non è certo per odio verso San Valentino anche perché il santo di Terni, in realtà, non ha nessuna colpa visto che, poveraccio, si è ritrovato in mezzo a questa storia quando ormai non poteva fare più nulla chiuso dentro il suo bel sarcofago. A dire il vero la premessa è nei confronti di tutto quello che è altamente commerciale in questa festa e il discorso comprende tutti, nessuno escluso, innamorati veri e single. Facciamo un esempio: perché pagare una caramella, un fiore, un peluche, tre volte di più di quanto la paghi gli altri 364 giorni dell’anno? Che cosa cambia? E i regali? Volete scommettere che la vostra “lei” o il vostro “lui” appena torna a casa guarda il vostro ninnolo con il bigliettino a forma di cuore e la frasetta sdolcinata ed esclama: “Ma guarda, oggi regali, dolci, fiori, baci e carezze … e gli altri giorni”?

E ancora. Le prenotazioni nei ristoranti dove si rischia di pagare tutto il doppio degli altri giorni? Vogliamo parlare di locali che, “per l’occasione” si agghindano con degli orribili drappi e palloncini rossi e vi propongono non la semplice pizza e birra di tutti i giorni, ma un menù completo e ovviamente fisso dall’antipasto al dolcetto (a forma di cuore ovviamente), per la “modica” cifra di minimo una cinquantina di euro a testa. Ma è possibile?

Insomma, ovvio che un po’ si scherza (ma neanche tanto), ma una cosa è certa: questa è la classica giornata dove spesso, anzi sempre, ci si dimentica di che cosa vuol dire veramente amare qualcuno. Si pensa solo a fare bella figura con il regalo più grande, il locale più bello ed il resto non conta più. Si pensa solo ad apparire, mentre ci si dimentica che è con il cuore che si ama una persona, tutti i giorni dell’anno senza distinzioni, e non con i soldi spesi in pasticceria, dal fioraio e con qualche peluche che da lì in poi prenderà solo polvere. E’ solo una riflessione: così come a Natale, Pasqua e tutte le altre feste comandate: ormai siamo delle pedine in mano al grande giocoliere del consumismo e non va bene, bisognerebbe ribellarsi.
Amare è una cosa difficile, trovare la persona giusta ed essere ricambiati è difficilissimo. Ci si ama su delle basi solide ed è impensabile che un bel giorno qualcuno, nei suoi messaggi pubblicitari, venga a dirci che quelle basi sono fatte di pasta frolla, panna e cioccolato. E soprattutto è altrettanto impensabile pensare che il metro di giudizio per i nostri sentimenti, secondo loro, dovrebbe essere rappresentato da frasette melense scritte dentro dei cioccolatini, comprati, magari, senza neanche troppa convinzione… no, non ci sto!
E allora? Fatevi regali utili se proprio dovete, ma continuate a farveli durante tutto il resto dell’anno, quando uno meno se lo aspetta, non è più bello? Coppie senza distinzione di sesso, amicizie profonde, l’amore verso i propri genitori, ci si deve voler bene, ci si deve amare tutti i giorni, non solo il 14 febbraio, ricordatevelo!
Lo sdegno, il “fucking”, quindi, è solo per tutto il contorno di questa festa e verso chi ci specula sopra. Poi urliamo pure a squarciagola “viva l’amore” ed “evviva i buoni sentimenti” specialmente per chi in questa sera avrà al fianco una persona importante senza vergognarsi di non aver comprato quel famoso peluche o quel cioccolatino col biglietto o di aver preso due pizze a portar via da mangiare sul divano davanti la tv, ma promettendosi stima, voglia di stare insieme e di costruire qualcosa di importante, magari, sarò pure ripetitivo, ma giova ripeterlo, guardandosi negli occhi e abbracciandosi teneramente. Oppure promettendo fedeltà al proprio amico del cuore, o ribadendo il proprio amore verso chi ci ha cresciuti.
E poi, un piccolo consiglio a chi (e ahimè ce ne sono) questa festa, invece, lo fa sentire ancora più solo, ma se vogliamo un consiglio un po’ per tutti.
La sera del 13 febbraio, fate una cosa: mettete semplicemente un bigliettino sul tavolo del salotto, in cucina o all’ingresso, dove volete. La mattina del 14, andatelo a prendere e, guardandovi allo specchio, leggete ad alta voce quello che avete scritto la sera prima:
“Buon San Valentino dalla persona che più di tutte ti vuole bene e ti ama… te stesso…”
Una presa in giro? No, assolutamente. Forse soltanto un pizzico di autentica realtà in mezzo a tanta, tantissima ipocrisia… !!!
AUGURI A TUTTI

Houellebecq? No, grazie.

Ho finito il deludentissimo SEROTONINA di Michel Houllebecq. Metà libro a scrivere sesso e volgarità, la seconda metà a raccontare la triste solitudine di un “Fu Mattia Pascal” francese, un funzionario del ministero dell’Agricoltura, che a 46 anni, imbottito di pastiglie di serotonina per non morire di depressione, molla tutto (lavoro e fidanzata) per vivere da solo, in un grigio hotel, senza più rapporti umani. In mezzo, una lunga noiosa battaglia sindacale dei contadini della Normandia che sfocia in tragedia e mille rimpianti per le donne della sua vita, che ormai si sono rifatte una vita altrove e senza di lui.
Un romanzo tristissimo, senza alcun contesto sociale, come invece fu per il suo libro precedente, “Sottomissione”. Ora, per cercare di capire se esiste una grandezza nel sopravvalutato Houllebecq, mi sottoporrò dolorosamente alla lettura de “Le particelle elementari”, già preso in biblioteca. Non ho più voglia, infatti, di spendere un solo centesimo per Houllebecq. Ma, nel caso, sono pronto a ricredermi.

Michel Houllebecq e l’inquietante copertina in lingua spagnola del suo libro.

 

Sanremo è davvero sempre Sanremo?

Sanremo? Tutti lo criticano, ma poi lo guardano. Perché? Perché Sanremo è Sanremo. Lo slogan – sigla di Pippo Baudo spiega ancora in sole 4 parole il motivo del successo di questo appuntamento che può essere definito una vera e propria festa popolare.

Insomma 11 milioni di italiani sono già pronti. Nello specifico in stile Fantozzi, quando l’amato Ugo decide che per nulla al mondo sarebbe stato disturbato durante la partita della nazionale condita da una straordinaria “frittatona” di cipolla. Un Fantozzi però versione 2019. Immaginiamo infatti il ragioniere alle prese con il cellulare per scrivere sui social in tempo reale il proprio commento sullo spacco della conduttrice, sul fischiare lo stonato di turno o sui fiori che non si vedono.

I ricordi

Da show musicale degli anni 50/60 il Festival si è trasformato negli 80 in vero e proprio fenomeno mediatico. Nello specifico il più nazional-popolare con il suo mescolare alto e basso. Gli episodi del passato legati alle critiche? Basta andare nel 1982, quando Vasco, allora sconosciuto e ora re Mida dei concerti, si presentò con “Vado al massimo”. I commenti più benevoli furono: ”Chi è questo ubriacone? Rispeditelo a casa”. Oppure Zucchero che arrivava sempre agli ultimi posti. Ogni anno partiva la solita critica davanti alla tv: “Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?”. Eppure da “Vita Spericolata” a “Donne”, il Festival è pieno di gioielli che resteranno per sempre nella storia della musica italiana.

Sanremo è social

Sui social intanto i criticoni alla vigilia di Sanremo si scatenano. Guardi il Festival? Alcune risposte: “No, da quasi sempre”, “Festeggio allegramente il mezzo secolo di vita senza più aver guardato un solo minuto del pallosissimo e pompatissimo festival dei fiori!”. Oppure “Se mi pagano bene, sì. Altrimenti non ci penso neanche”.

(Massimo Casale, Radio Sound Piacenza)

Si somigliano?

“UN POSTO AL SOLE E DINTORNI”: QUANDO IL TURISMO E’ “TELEVISIVO”

Agli appassionati della soap-opera “Un posto al sole” – tra cui si annovera modestamente il sottoscritto -, in onda da 23 anni su Rai3 e con un bel malloppo di milioni di telespettatori ogni giorno, non è certo sfuggita una trasferta, almeno virtuale, di una parte del cast. Ambientato nelle zone più belle di Napoli, solo raramente qualche protagonista di “Un posto al sole” si è spostato più in là di Posillipo: qualche puntata girata a New York, qualcuna in una clinica svizzera, e poco altro.
Da prima di Natale, uno dei personaggi, il giovane Patrizio Giordano, promettentissimo chef già vincitore di un talent televisivo di cucina, ha deciso di mollare tutto (Napoli e pure la fidanzata Rossella) per trasferirsi ad Alba, per un prestigioso stage nel ristorante stellato di tale chef Niki Panero, altrettanto stellato.
Sfruculiando su Google, non esiste nessun Niki Panero, bensì Enrico Panero, chef poco più che 30enne di Savigliano. Difficile pensare che i produttori della Rai non abbiano fatto caso all’omonimia, almeno nel cognome, a meno che dietro non ci sia una qualche operazione pubblicitaria. Tantè: la scelta di un cognome tipicamente piemontese e di un locale di Alba – con tutte le zone d’Italia che potevano essere scelte: certo, doveva essere parecchio lontano da Napoli, per creare più pathos nella storia d’amore tra Rossella e Patrizio, che finiscono per lasciarsi – è sicuramente una certificazione di qualità per Alba e la sua gastronomia. Non che ci fosse bisogno di “Un posto al sole” per saperlo, ma il messaggio arrivato ad un grande pubblico nazional-popolare è “Ad Alba si mangia bene”, spingendo magari qualcuno dei telespettatori a cliccare “Alba” e a scoprire che è terra di tartufi, nocciole, Nutella e buon vinto…ed è pure una bella città!
Aumenteranno i turisti grazie a queste puntate di “Un posto al sole?” Temo di no. Troppo “virtuale” la pubblicità di Alba, non ci sono riprese esterne nemmeno quando Rossella va a trovare Patrizio per le feste di Natale, troppo poco la guida del Monferrato e Roero che lui le manda prima di partire, per mostrarle in quali posti andranno (e poi non ci sono andati, si lamenta Rossella, visto che Patrizio era troppo preso dal lavoro).
Una pubblicità virtuale (e involontaria, forse) come quella fatta da Checco Zalone, nel suo ultimo film, a Roccaraso: in quella famosa scena, lui relegato al Polo Nord, dice alla mamma al telefono che là è molto più freddo che a Roccaraso, di fatto regalando una bella notorietà nazionale alla località montana abruzzese.
Per lanciare il fenomeno-Alba ci voleva una bella puntata interamente girata in città, allora si…ma siamo sulla strada buona. Non è cosi facile uscire dal dominio di Roma (e, in second’ordine, Milano e Palermo, in questo caso per gli ormai insopportabili e innumerevoli telefilm sulla mafia) nelle fiction italiane. E, infatti, chi lo ha fatto ha avuto grandi risultati, in termini di share e di turismo.
Patrizio & Rossella…

I casi più famosi di turismo “televisivo”
Il caso più eclatante è quello di “Montalbano“, inimmaginabile fuori da quel suo pezzetto di Sicilia che è l’immaginaria Vigata. Girato in diverse zone della Sicilia (il commissariato, in realtà è il comune di Scicli, casa sua è a in riva al mare a Punta Secca, poi ancora a Modica e Ragusa e altrove), ha creato un aumento vertiginoso del turismo in quella zone della provincia ragusana: tutti a voler vedere i luoghi di Montalbano.
Un caso simile è quello di “Don Matteo“, la lunga serie tv che vede Terence Hill nei panni del parroco di Gubbio. Una pubblicità straordinaria per la cittadina umbra, che anche in questo caso ha avuto un’impennata considerevole di arrivi turistici e, per lo meno, non è più conosciuta solo per la storia di San Francesco e il lupo. Quando, per una stagione della serie, Don Matteo viene trasferito in un’altra chiesa, a Spoleto, il pubblico non ha particolarmente apprezzato. Che almeno il prete sia fedele alla sua comunità!
Meno storiche, ma di uguale successo, altre fiction ambientate fuori dai soliti luoghi comuni televisivi: “Provaci ancora Prof” con Veronica Pivetti a Torino, “Vento di Ponente” a Genova, “L’ispettore Coliandro” a Bologna, “Il commissario Manara” a Orbetello, in Maremma, “Il Giudice Mastrangelo” con Abatantuono in Salento, “I Bastardi di Pizzofalcone” con Alessandro Gassman a Napoli, “Il Restauratore“con Lando Buzzanca a Trieste e il recentissimo “Rocco Schiavone” del romano Marco Giallini in Val d’Aosta. Tutte fiction di successo, di pubblico e di “ambiente”. Ed ecco, allora, che potrebbe essere un’idea – anche delle istituzioni – promuovere, commercialmente, una serie tv dalle nostre parti. Provate ad immaginare un “Commissario Roagna“, un “Ispettore Sciaccaluga” o un “Giudice Mondino“, con panorami locali incorporati: meglio di uno spot pubblicitario, sicuro.