La Banda delle Malvinas

Era il 2 aprile 1982. Il generale Galtieri, erede del generale Videla alla guida della Junta Militar che nel 1976, con un colpo di stato, aveva soggiogato ad un ruvida dittatura tutta l’Argentina, decise di inviare le truppe ad occupare le Malvinas, piccolo e sperduto arcipelago di isole dell’Atlantico, ricche di pecore e – soprattutto – di petrolio.
Quelle isole al largo dell’Argentina erano sempre state rivendicate dal paese sudamericano, ma dal punto di vista geopolitico erano di “proprietà” del Regno Unito. Gli inglesi le chiamavano “Falklands“. . . Nella capitale, Port Stanley, tutti i locali avevano nomi inglesi, ed erano ormai inglesi tutti gli abitanti, alcuni di loro proprietari di pub, con birre inglesi, scozzesi e irlandesi, fish and chips e cose del genere.
Gli argentini erano solo un folkloristico contorno. Ma non fu esattamente per difendere l’onore dei compatrioti che la Junta Militar decise di avventurarsi in quella guerra, perduta in partenza, contro il Regno Unito. Fu l’ultimo colpo di coda, l’ultimo rigurgito di una dittatura ormai alla fine, strangolata a livello diplomatico internazionale dalla bassa macelleria perpetrata in quei sei anni, compresi, naturalmente, le migliaia di desaparecidos che mai più fecero ritorno a casa. La premier britannica Margareth Thatcher mostrò i muscoli e in poco più di 70 giorni spazzò via le ridicole velleità militari argentine.


E’ una storia che mi ha sempre colpito, una guerra breve e dimenticata, ai confini del mondo. Qualche anno fa ne ho scritto persino un libro, dal titolo “La Banda delle Malvinas”. Lo avranno letto in dodici, pazienza. Volevo attingere da fonti ufficiali, ma gli argentini – soprattutto le associazioni dei reduci – diedero una versione troppo argentina e gli inglesi una versione troppo inglese. Decidi allora di non stare nè con gli uni nè con gli altri, ma di raccontare a modo mio, in maniera anche fantasiosa (in fondo è un romanzo), un episodio sconosciuto di una guerra sconosciuta: la Giunta Militare argentina voleva rapire la Thatcher a Londra. Piano che venne scoperto e che mandò a monte le ultime speranze della dittatura argentina di non perdere una guerra rovinosa. E di non perdere il potere entro le mura di casa.
Una guerra che, se non altro, ebbe poi un risvolto positivo, per quanto positivi possano essere i risvolti di una guerra: la fine della dittatura in Argentina. 

Il Paradiso mi stregò…

In questi giorni di quarantena, ho rivisto con piacere uno dei miei film preferiti in assoluto: “Tutta colpa del Paradiso”. Per me si tratta di un capolavoro, firmato da Francesco Nuti alla regia e come attore principale, insieme ad una bellissima Ornella Muti, che in quell’anno di grazia 1985 compiva 30 anni. Io ne avevo 15, ma il film lo vidi qualche anno dopo, in tv.
Un film divertente e, al tempo stesso, toccante: la storia di un papà appena uscito di carcere che vuole rivedere il figlio di sei anni, adottato da un’altra famiglia e inventa una serie di stratagemmi per stargli vicino, fino a quando non viene scoperto da un puntigliosa e spietata assistente sociale (Laura Betti).
Secondo me, il punto più alto della carriera di Nuti, insieme all’altro suo film “Caruso Pascoski“, interpretato insieme a Clarissa Burt. Ma “Tutta colpa del Paradiso” è ancora meglio: non solo per gli occhi di Ornella Muti, non solo per la caccia “matta e disperatissima” allo stambecco bianco da parte di Roberto Alpi (il marito di Ornella Muti nel film), ma proprio per la bellezza del Gran Paradiso, dove fu ambientata la pellicola, con bellissimi scorci delle montagne e belle scene di paese girate a Champoluc. Un film che mi ha stregato, un “Paradiso” che mi ha stregato.
Uno dei film che più ho amato di Francesco Nuti, a cui va il mio eterno ringraziamento per la sua comicità intelligente e stralunata.
E un pensiero a lui, in questa sua lunga e difficile fase della sua vita.

Quando mi chiamavano “Virus”

C’è stata un’epoca in cui il mio soprannome era “Virus“. Tutta colpa della mononucleosi che mi presi nell’agosto del 1984. Era l’estate dei miei 14 anni. Sono stato male parecchio per quella malattia, causata – appunto – da un virus, ma al tempo fu una sorta di iniziazione verso l’adolescenza vera e propria, visto che la mononucleosi è conosciuta anche come la “malattia del bacio“. Non ho mai saputo se è verità o leggenda, ma allora si diceva che la mononucleosi si prendeva soprattutto scambiandosi la saliva in appassionati baci giovanili… sarà vero? O, come si direbbe oggi, si tratta di una fake news?
Purtroppo credo che nel mio caso andò diversamente, me la beccai e basta, senza tanto “cinema” e storie romantiche dietro. Passai almeno venti giorni di agosto a letto, con febbre anche a 39 gradi. Ricordi torridi pomeriggi madido di sudore. Non fu una passeggiata. Una influenza pesante, con placche, puntini rossi, febbre e diarrea. Poi, quando uscii dal letto, una ventina di giorni dopo, il medico dottor Lenzi disse a mia madre che stavo diventando un uomo: ero cresciuto di 8 centimetri! Ma è vero che ci si può allungare cosi tanto – “grazie” ad una malattia – nell’età dello sviluppo? In questo caso, nel mio caso, confermo che è possibile, a me è successo.
Quando tornai alle normali attività, alla scuola e al calcio, cominciarono a chiamarmi proprio “Virus”, come se fossi stato segnato in modo indelebile da quella “malattia del bacio”. La cosa durò qualche mese, poi per fortuna tutti si dimenticarono di quel soprannome, tornando ai più comuni “Cistano”, “Cisti”, “Tasso” e persino “Fixtury” (che non ho mai capito da dove derivasse).
In buona sostanza: tutti si erano dimenticati del “mio” virus.
Speriamo accada presto anche in tutto il mondo.

(c.t.)

Coronavirus: i dati ufficiali sono una illusione ottica

Articolo di Francesco Costa, vicedirettore “Il Post”.

Queste nuove giornate stanno cominciando ad assumere una loro forma. Per esempio, per un po’ di persone ogni giornata è scandita dalla conferenza stampa con cui intorno alle 18 la Protezione Civile diffonde i dati quotidiani sul numero di persone contagiate, morte, ricoverate e guarite. Tante altre cose che compongono le nostre strane giornate sono una conseguenza di quei dati: a cominciare dai titoli, i grafici, i flussi e gli scenari che vediamo fiorire in televisione, sui social network e sui giornali, e che permettono a tutti di fare delle ipotesi, di sostenere delle tesi, di ipotizzare evoluzioni e interventi. I dati sono la nostra bussola: chiusi in casa, sono l’unico modo che abbiamo per provare a capire quello che sta succedendo.

Il problema è che quei dati ci dicono sempre meno.

Innanzitutto capita che quei dati siano incompleti. Una volta manca la Campania, una volta la Puglia, una volta Trento, una volta la Lombardia; altre volte i dati non sono ufficialmente incompleti ma presentano incongruenze che vengono corrette il giorno successivo. Nonostante queste occasionali ma frequenti incompletezze, quei dati vengono comunque commentati e analizzati, e ispirano discussioni sul picco che arriva o non arriva e quando arriva, sulle regioni messe meglio o messe peggio, su quello che ci aspetta. Poi il giorno dopo arrivano dei nuovi dati e si ricomincia, anche se a volte quei nuovi dati raccontano una storia molto diversa per una provincia o una regione intera.

Soprattutto, però, ci sono ragioni fondate per pensare che questi dati – al di là dell’incompletezza a volte dichiarata – non abbiano più una vera aderenza con la realtà: che siano così parziali da non poter più essere una bussola.

Abbiamo accettato da tempo – per quanto dubito che sia noto alla grande maggioranza degli italiani – che in Italia si fanno i tamponi soltanto a chi presenta sintomi importanti. Dato che la COVID-19 si manifesta in forma grave soltanto in una minoranza delle persone contagiate, questo vuol dire che il dato della Protezione Civile rappresenta solo una fetta piuttosto ristretta delle persone contagiate in Italia, che sono almeno quattro o cinque volte quel numero. Di per sé questo potrebbe non essere un grosso problema: basta saperlo. Se il criterio con cui facciamo o non facciamo i tamponi rimane uniforme e costante, l’evoluzione dei dati può dirci comunque molto. Se testiamo tutti i pazienti con sintomi gravi, anche il dato dei morti può dirci molto.

Quel criterio però non è più uniforme né costante.

La linea sui tamponi cambia da regione a regione. Ci sono regioni che li fanno solo a chi ha sintomi gravi o è entrato in contatto con una persona contagiata. Ci sono regioni che negli ultimi giorni hanno deciso di estendere questi criteri e farli “a tappeto” o quasi, per esempio il Veneto. Ci sono regioni che non testano i familiari delle persone positive, nemmeno quando presentano sintomi importanti, altre che invece lo fanno. In Lombardia, la regione con la situazione più drammatica, si fanno i tamponi solo alle persone che arrivano in condizioni gravissime in ospedale; e ci sono tante persone, soprattutto nella provincia di Bergamo, che muoiono in casa prima di essere testate. Muoiono, probabilmente muoiono a causa del coronavirus, e non rientrano nei dati quotidiani sui morti.

«Da quello che sappiamo», ha detto un biologo oggi a Repubblica, «gli ospedali lombardi, ormai al limite del collasso, rimandano indietro moltissime persone con sintomi senza far loro il tampone. E quindi il numero di contagiati è ampiamente sottostimato. Ma come denunciano i sindaci del bergamasco, c’è una stima errata anche dei decessi. Molti ormai muoiono a casa senza tampone e non nelle terapie intensive, quindi non risultano conteggiati come decessi per Covid-19 nei resoconti ufficiali. L’unica cosa certa è che i dati in arrivo dalla Lombardia sono ormai inutilizzabili».

Insomma: la metà dei contagiati rilevati in tutta Italia è in Lombardia, e non si riescono a testare nemmeno tutte le persone con sintomi gravi. Capite bene che in un contesto come questo basta cannare i dati sulla Lombardia perché l’intero quadro nazionale perda senso. Li stiamo cannando, e quelli che arrivano dalle altre regioni d’Italia non sono uniformi né raccolti con gli stessi criteri. In Emilia-Romagna ci sono 4.525 contagi rilevati e un tasso di letalità del 10,1 per cento; in Veneto ci sono 3.214 contagi rilevati e un tasso di letalità del 2,9 per cento. Nelle Marche ci sono 1.568 contagi rilevati e un tasso di letalità del 5,9 per cento; in Toscana ci sono 1.330 contagi rilevati e un tasso di letalità dell’1,7 per cento. Questo perché ogni regione va in ordine sparso, e ogni regione somma ai suoi buchi di rilevamento i diversi buchi delle altre regioni. Stiamo effettivamente sommando le mele e le pere.

Ora, io ovviamente non credo che la Protezione Civile stia imbrogliando tutti, per carità. La situazione è eccezionale e mai vista prima, non abbiamo le risorse per fare test a tappeto, il sistema sanitario in certe regioni è già ora al collasso e dove non è al collasso era deficitario da prima. Non penso che stia accadendo una cosa da “censura cinese”. È una cosa importante. Al di là delle intenzioni, però, è importante anche notare che il risultato purtroppo è lo stesso. C’è un motivo per cui la comunità scientifica considera pericoloso e grave che un paese non fornisca dati affidabili sul contagio alla sua popolazione, e quel motivo non è la difesa dei sani principi democratici: il motivo è che altrimenti siamo ciechi. Altrimenti non abbiamo idea di come stia procedendo il contagio. Temo che ci troviamo in questa situazione, in Italia come in tanti altri posti del mondo: abbiamo un’idea a spanne, basata sulla situazione negli ospedali, ma solo quella. Quanti sono i contagiati: non lo sappiamo. Quanti sono i morti: non lo sappiamo.

È un problema innanzitutto perché parliamo di dati. Non di valutazioniscenari o prospettive, bensì dati, numeri, cose a cui siamo abituati ad affidare una descrizione esatta della realtà. Uno è diverso da due che è diverso da dieci che è diverso da mille. Eppure i dati quotidiani della Protezione Civile hanno un legame con la realtà molto più approssimativo e vago di quello che siamo abituati a pretendere dai numeri (numeri che, non dimentichiamolo, sono persone). Nonostante questo diffondiamo comunque questi numeri, che saranno utilizzati per fare previsioni, modelli, studi scientifici, in Italia e all’estero.

Infine, a questi dati è evidentemente legato un pezzo importante della legittimazione politica delle più gravi restrizioni alle nostre libertà dai tempi di Benito Mussolini. Prevengo l’obiezione: i dati veri sono sicuramente molto peggiori dei dati che abbiamo. Vero. Ma lo scopo dei dati è darci una misura, bella o brutta che sia: è misurare quello che abbiamo intorno. Sulla base di quella misura stiamo prendendo decisioni politiche, economiche, sanitarie eccezionali. Quando saremo in grado di dire che queste restrizioni non servono più, se non abbiamo idea di dove sia il virus? Dovessimo scegliere in futuro di adottare delle soluzioni diverse, come potremo misurare la loro efficacia in confronto alle attuali? In teoria oggi basterebbe aumentare la capacità di fare test per far esplodere istantaneamente il numero ufficiale dei contagiati, anche se magari le persone in gravi condizioni sono diminuite.

Credo che la Protezione Civile, che sta facendo un lavoro straordinario in circostanze straordinarie, dovrebbe sforzarsi di sottolineare come i dati che presenta ogni giorno vadano presi con un paio di pinze grandi come una casa. Credo che i giornali stiano facendo bene – anche al Post ci stiamo provando – a indagare e raccontare la diffusione della malattia al di là del contenuto dei dati ufficiali. Quanto a noi, per qualche giorno ho osservato con fastidio il fatto che alle 18, all’ora del solenne bollettino di guerra della Protezione Civile, una bella fetta di persone – almeno qui a Milano – avesse fissato il momento delle canzoni, dell’inno nazionale e delle urla dal balcone. Oggi sono più indulgente.

Gino Dauro: fumettista con gomma pane, pennellini e matite

Andiamo alla (ri)scoperta di un fumettista di successo, ora ingiustamente dimenticato: Gino Dauro. Nato ad Isola d’Asti nel 1932, ha vissuto a lungo a Torino. E’ scomparso il 12 novembre 2005. Quasi quindici anni. Un tempo più che sufficiente per provare a rinfrescarne (meritatamente) la memoria.
Ricordate alcuni dei suoi fumetti più famosi? Se non siete più giovanissimi, forse si.
Racconta Marco, uno dei figli: “Non ho notizie precise sul percorso formativo di mio padre, dato che lui mi raccontò sempre di essere stato un autodidatta. Riguardo i fumetti più legati al suo nome direi che il principale fu “Savage“, che veniva pubblicato sul “Corriere boy”: mio padre mi disse che fu nominato miglior fumetto italiano per tre anni (negli anni ’70). Il fumetto narrava di un detective privato (ex poliziotto) dagli occhi tristi (portava sempre nel cuore l’immagine della sua fidanzata Jenny, una ballerina classica, uccisa da criminali).
Prima, mio padre aveva legato il suo nome ad un altro fumetto chiamato “Teddy Bob“, che parlava delle avventure di un ventenne scapestrato, ma dai saldi principi morali, anche se un po’ ribelle (un James Dean all’italiana), prodotto in collaborazione con Pier Carpi. Altro suo fumetto abbastanza conosciuto fu “Justine“, un’eroina sexy con avventure erotiche che svariavano dalle più “normali” a quelle spaziali.

Successivamente mio padre si dedicò a disegnare anche per “Intrepido“, dove pubblicavano storie da 12 tavole quasi sempre a se stanti (storie di un solo capitolo) disegnate su sceneggiature altrui o create da lui. Questi. in generale, furono i principali lavori di mio padre, anche se so che durante un certo periodo disegnò anche dei “Tex” e delle storie per il mercato francese”.
– Poi arrivò la crisi del fumetto…
“A causa della crisi del fumetto (e anche per problemi personali), mio padre smise di collaborare con la Rizzoli e la Universo (le case editrici principali per cui lavorava). Per qualche anno disegnò fumetti pornografici per la “Edifumetto”, ma fu una breve parentesi, della quale non andava orgoglioso. Dopo, abbandonò definitivamente il mondo dei fumetti e si dedicò a sbarcare il lunario con lavori di pittura e decorazioni domestiche. Dopo qualche anno lo contattò un tal Cannata per provare a rieditare “Savage” come fumetto unico (tipo Nick Rider o Dylan Dog), ma la cosa non funzionò e s’interruppe dopo 4-5 pubblicazioni”.
– Come si svolgeva il lavoro di un fumettista d’altri tempi? Altro che computer, immagino….
“Il lavoro di mio padre si svolgeva unicamente a mano e devo dire, onestamente, che era un vero fenomeno, ma probabilmente non seppe sfruttare appieno le sue possibilità (o il destino non gliene diede l’opportunità). Io lo ricordo sul suo tecnigrafo, con la luce diretta sulle tavole da disegno, con la sua “gomma pane” e i suoi pennellini e matite. In generale lui riceveva la sceneggiatura o creava lui stesso la storia, poi faceva gli “schizzi” sulle tavole e successivamente disegnava la bella copia. Solitamente erano storie da 12 tavole, tavole grandi, tipo A4. Una volta finito di disegnare a matita le tavole, riprendeva dalla prima e si occupava di pitturare a “china”. Quindi, una o due volte al mese andava a Cinisello Balsamo a portare il lavoro (pochissime volte gli chiedevano piccole correzioni, ma davvero pochissime volte, dato che era davvero bravo)”.
– Gino Dauro ha lasciato una “eredità artistica”, qualche discepolo che si ispiri a lui?
“Non ha lasciato una “eredità artistica”, poichè mio fratello ed io siamo totalmente negati per il disegno! Quando ero piccolo mi fece disegnare, e spesso, copiando disegni suoi, ottenevo discreti risultati, ma ero molto lento e non mi appassionava molto. Nel suo periodo di massimo fulgore si fece aiutare da altri due disegnatori cui insegnò il suo stile di disegno (anche se si notavano abbastanza le differenze). Uno era il “Signor Lagna”,  e l’altro era un cugino di mia madre”.
E’ vero che Gino Dauro è conosciuto anche come giornalista?
“Si, certo… Era stato pure giornalista, anche del Corriere della Sera. Mi raccontava che aveva cominciato con lo scrivere oroscopi (mi spiegò come non si deve credere in certe str…ate, dato che lui li inventava di sana pianta) e poi occupandosi di sport e cronaca italiana alternati (alcuni suoi articoli contribuirono a certi cambi politici nella Torino dei primi anni ’70). Spesso mi raccontava di quanto fosse affascinante, ma duro, il lavoro di giornalista, dovendo spesso quasi “inventare” le notizie; mi raccontava di un giocatore della Juve che aveva dato un pugno al flipper in un bar (probabilmente aveva mancato il suo record personale) e lui creò una storia su un presunto litigio con la moglie o fidanzata, causa ingerenze di un altro compagno di squadra e bla bla bla… Se non sbaglio. il giocatore minacciò di querelarlo.  Mi raccontava anche che frequentava un bar dove spesso giocava a carte con Bearzot e Causio, e in quel bar a volte portava pure me (ricordo che un signore del bar mi diede una bandiera del Toro per sfottere mio padre che era della Juve, e mio papà mi disse che quel signore era proprio Bearzot, ma io non ricordo bene, avevo 4 o 5 anni).
– Belle storie, bei tempi. Ma dove sono ora tutti i suoi fumetti? Voi li avete conservati?
“Noi abbiamo conservato quasi tutti i suoi fumetti, eccetto “Teddy Bob” e “Justine” che vendemmo ad un collezionista per pochi soldi (la nostra situazione economica non era delle migliori), però attualmente si trovano tutti inscatolati a causa di un trasloco. Abbiamo anche alcune sue tavole originali e dei quadri fatti da lui (se la cavava anche con la pittura vera e propria, con uno stile molto personale, ispirato a Picasso). Nel web e nei mercatini credo si trovi ben poco”.
– Cosa è mancato a suo padre per poter essere considerato un grande anche dagli “esperti”?
“Pur essendo un disegnatore straordinario, non seppe mai “vendersi bene” e non riuscì mai a realizzare il suo sogno di fare un percorso alla Milo Manara, che si isolò dal mondo per qualche anno, senza preoccuparsi di mantenere moglie e figli, e creò una serie di fumetti e di personaggi che “sfondarono”.
– Quanto è ancora vivo il ricordo di Gino Dauro tra gli appassionati di fumetti?
“Non saprei dirti quanto sia vivo il ricordo del suo nome negli addetti ai lavori, purtroppo è un campo che non frequento, anche per il fatto che ormai da 16 anni vivo in Spagna. Ma il fatto che qualcuno abbia voluto saperne più di lui mi fa piacere”.

(c.t.).

Tutta colpa del Coronavirus

E’ tutta colpa del Coronavirus. 
E’ tutta colpa del Coronavirus se io, al momento, non posso lavorare, perchè non posso entrare in Francia, dove qualche azienda ha deciso di non accettare volentieri lavoratori provenienti dal Nord-Italia (e, badate bene, io sono residente in Piemonte, non nella “zona rossa” della Lombardia o del Veneto).
E’ tutta colpa del Coronavirus se un intero paese, il nostro Belpaese, è vittima di una “pandemia” di panico collettivo, al cospetto di una malattia che – dicono alcuni esperti – “è poco più di una comune influenza”.
E’ tutta colpa del Coronavirus se gli italiani ora sono visti nel mondo come gli “untori”, persino peggio dei cinesi e delle nefandezze che hanno combinato nel laboratorio di Wuhan.
E’ tutta colpa del Coronavirus se l’economia italiana – già traballante – rischia il tracollo completo.
E’ tutta colpa del Coronavirus se gli stranieri stanno cancellando le loro vacanze in Italia. E chissà quando torneranno…
E’ tutta colpa del Coronavirus se gli studenti perdono settimane intere di scuola. Ma loro, forse, sono gli unici contenti…
E’ tutta colpa del Coronavirus se cinema, teatri, mostre hanno perso fior di incassi e hanno dovuto rimandare eventi a data da destinarsi e cancellarne molti altri. E chissà quando si tornerà alla normalità, a causa dell’indotto “della paura”….
E’ tutta colpa del Coronavirus se il campionato di calcio è completamente saltato, tra partite rinviate e altre a porte chiuse. Ma questo è il male minore.
E’ tutta colpa del Coronavirus se l’Italia si è ritrovata, ancora una volta, spaccata politicamente.
E’ tutta colpa del Coronavirus se ci sono stati già circa 1600 contagi e 34 morti, solo in Italia.
E’ tutta colpa del Coronavirus.
Ma non mi fai paura.
Sconfiggeremo te e il panico (esagerato) che hai generato.
E tra poco tempo sarai solo un lontano, cattivo ricordo.

(c.t.)

Il coraggio di Justin Fashanu

Avrebbe compiuto 59 anni il 19 febbraio Justin Fashanu, il primo calciatore famoso a dichiarare la propria omosessualità. Una scelta coraggiosa, ma che lo escluse dal suo mondo, costretto all’isolamento, trattato come un “paria”. Aveva 29 anni nel 1990 quando rilasciò una clamorosa intervista, il suo autentico “coming out”: “Sono gay”. Ma il mondo del calcio non era pronto per un simile choc. E Justin Fashanu fu emarginato, ripudiato persino dal fratello John, anche lui calciatore.
Ma Justin non ce la faceva più a nascondersi. Si nascondeva fin da quando debuttò nella serie A inglese, a 18 anni, con la maglia gialloverde del Norwich. Poi passò al Nottingham Forest, vincitrice di due Coppe dei Campioni: fu il primo giocatore nero pagato 1 milione di sterline! Ma il suo rendimento non fu all’altezza: colpa anche del suo allenatore, il ruvido Brian Clough (quello del “Maledetto United”, per intenderci), che – dopo averlo pedinato – lo prese di mira con frasi del tipo: “Che cosa vai a fare in un cazzo di bar di finocchi?”, vietandogli di allenarsi con il resto della squadra.

Dopo la sua confessione apparsa sul “Sun”, in cui ammise di avere una relazione con un deputato inglese, Justin Fashanu – per fuggire al pubblico ludibrio – fu costretto a emigrare negli Stati Uniti e in Canada, a caccia di qualche spicciolo d’ingaggio in squadre minori.
Nel 1998, però, un ragazzo di 17 anni lo accusò di violenza sessuale, un’accusa assolutamente falsa secondo Fashanu. Il minorenne, dopo un rapporto consensuale in hotel, gli chiese dei soldi e al rifiuto del calciatore lo minacciò: “Mi vendicherò”. Finito davanti alla giustizia, Justin scrisse una lettera per scusarsi con i familiari e gli amici e si tolse la vita impiccandosi. Se ne andò, in punta di piedi. Aveva 37 anni.
Nel 2012 la nipote Amal Fashanu ha realizzato un documentario per la BBC sull’omofobia che regna ancora nel mondo de calcio. L’associazione “Justin Campaign” continua a combattere in suo nome. E oggi – meglio tardi che mai – Justin Fashanu entra ufficialmente nella “Hall of Fame” del calcio inglese. La nipote ha cosi commentato l’evento: “È stato finalmente riconosciuto che Justin Fashanu non era solamente un calciatore gay, era soprattutto un calciatore di talento”.
Niente più omofobia nel mondo del calcio? Non si direbbe, a sentire la recente intervista del calciatore svedese Ekdal, da anni in Italia: “Il calcio non è ancora pronto”.
Se non ora, quando?

Il bello di essere “immigrati digitali”

di Cristiano Tassinari

Qualche giorno fa ho seguito con interesse uno dei corsi di formazione obbligatori per i giornalisti, in cui eminenti ultra-cinquantenni discutevano della “battaglia” attualmente in corso tra i “nativi digitali” e i cosiddetti “immigrati digitali”. Innanzitutto è doverosa una spiegazione dei due termini che abbiamo usato: i “nativi digitali” sono coloro che, fin dalla nascita o giù di lì, hanno avuto a che fare con telefoni, smartphone e le altre diavolerie tecnologiche di questi tempi. Per loro è tutto naturale, cresciuti a pane e tecnologia. Per cui possono essere considerati “nativi” sia i Millennials, nati dal 2000 in poi, che ora hanno 20 anni e hanno comunque seguito loro stessi una certa evoluzione della tecnologia (basta pensare alla differenza tra le funzioni di un cellulare nel 2010 e nel 2020…), sia i bambini – come, ad esempio, mio figlio Santiago, che non ha ancora due anni – che già hanno imparato – guardando i genitori che lo fanno come azione quotidiana ripetuta – a usare il telefono facendo scorrere il dito per vedere le fotografie e a cliccare nel posto giusto per vedere il video di Peppa Pig.
Chissà che funzioni avranno i loro cellulari quando avranno 20 anni o poco più, nel 2040…
E’ innegabile il fatto, del resto, che se fossero nati negli anni ’70 e ’80, avrebbe visto mamma e papà usare il telefono “a rotella” e avrebbero imparato ad usarlo anche loro…
Fin qui, tutto chiaro con i “nativi digitali”. Ma gli “immigrati digitali”? Chi sono?

La definizione mi ha colpito in particolare, perchè è davvero azzeccata. Cosi come un immigrato autentico, si “muove” da un paese all’altro, gli “immigrati digitali” sono stati costretti a spostarsi da un sistema tecnologico all’altro, diremmo quasi da uno stile di vita ad un altro, passando proprio dal telefono a rotella e cornetta – io me lo ricordo benissimo! – allo smartphone di oggi. Con annessi, connessi e…connessione.
Questi “immigrati digitali” siamo noi, nati in un periodo in cui non esistevano i cellulari e tutta questa tecnologia. Siamo tanti, e non tutti sono riusciti a fare il passaggio da un sistema all’altro, da uno stile di vita all’altro. Mio padre, per esempio, classe 1940 molto brillante e in gamba per tante cose (anche per il ballo liscio!), è invece assolutamente negato per il cellulare. Ne usa uno piccolo, antiquato, con i tasti grandi, di quelli che pubblicizzano in tv con Biancaneve e il Lupo, dedicati di fatto agli anziani. Hai voglia a dire a mio padre che con un moderno smartphone potrebbe vedere in tempo reale le foto del suo nipotino preferito, ma non c’è niente da fare: semplicemente perchè per lui è troppo complicato!
Meno male che ci sono altre persone non più giovanissime, viceversa, che hanno trovato una sorta di seconda giovinezza proprio grazie alla tecnologia, a Whatsapp, a Facebook e alla comunicazione “social”.
Nel corso a cui ho assistito, si parlava poi del GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple), le quattro superpotenze del web e dell’e-commerce, che ormai fattura in tutto il mondo qualcosa come 41.5 miliardi di euro, il 41% dei quali proviene dal settore “tempo libero”, rappresentato in gran parte dal gioco on-line, con tutti i suoi rischi e i suoi pericoli.
Insomma: siamo ormai tutti “multichannel”, anche gli “immigrati digitali” che si sono convertiti. E lo siamo soprattutto per gli acquisti, che è poi quello che interessa ai giganti del web e dintorni: compriamo vestiti, libri, scarpe e qualunque altra cosa su Amazon, cerchiamo qualcosa di speciale su e-Bay, scrutiamo tutti i siti dei negozi on-line possibili e immaginabili, ordiniamo la cena con un click su Just Eat, acquistiamo in tv su QVC o persino sulle televendite delle tv localie, se qualcosa non va bene, o per semplice sfizio, rimandiamo il pacco indietro. No problem. Tanto ci ridanno indietro i soldi. Provate a farlo con i negozi veri e propri… Vi danno, spesso, un calcio nel sedere anche se avete lo scontrino…
Non è una difesa spasmodica dell’e-commerce, ma la fotografia reale della situazione attuale: il web è più economico e più comodo, senza nemmeno dover uscire di casa, grazie ai furgoncini dei corrieri e alle biciclette dei riders che consegnano a domicilio la pizza, l’hamburger e il sushi. Il mondo, ora, va cosi. Ma siccome il “gratis” non esiste, nè sul web nè nella vita reale, temo che presto – forse non prestissimo, in realtà – ne pagheremo tutti il conto. Che, adesso, è già salato per molti commercianti “old style”, con l’affitto del negozio da pagare.
Intanto, essere riusciti a compiere positivamente il passaggio a “immigrati digitali” ci permette, se non altro, di essere pronti ad altri futuri cambiamenti, che ci saranno certamente. E, come consumatori, siamo preparati a non farci facilmente fregare dal primo sito web che capita. Ma se capita, rivolgetevi alle associazioni dei consumatori. Possono aiutarci, davvero.

Che successo!

A nome di tutta la compagnia de I TEATROCI ringrazio il numeroso e appassionato pubblico che ha riso e trascorso con noi un paio di ore di leggerezza e svago con la nostra 7a commedia “AMANTI … C’È POSTO.
Noi abbiamo fatto del nostro meglio x farvi divertire, con le nostre battute a volte sarcastiche, a volte intriganti, a volte pungenti, ma spesso veritiere, visto l’argomento, trattato però con il dovuto garbo.


Grazie, grazie a tutti x i vostri calorosi applausi e complimenti.
Vi aspettiamo con gioia alla prossima e…
Per chi non ha potuto esserci, faremo una replica presto. 

 

Quel primo volo del Concorde…

di Alba Rosa Galleri
(Sardegna Blogger.it)

I favolosi anni sessanta hanno espresso il meglio in molti campi, sicuramente in quello aerospaziale, sollecitato soprattutto dalla competizione tra USA e URSS negli anni della guerra fredda.
Anni di spietata concorrenza, ma anche di fattiva collaborazione tra aziende di diversa nazionalità come quella avviata già nei primi anni sessanta da un consorzio anglo francese, di cui facevano parte la British Aerospace e Aérospatiale, che già nel ’62 intraprese gli studi per la progettazione di un aereo di linea che superasse la velocità del suono.

La costruzione del primo prototipo ebbe inizio nel ’65 a Tolosa, in Francia, e il primo test supersonico nell’ottobre del 1969.
Stava nascendo il Concorde, il primo aereo commerciale occidentale che avrebbe volato a Mach-2 e fatto concorrenza ai sovietici Tu-144 e Tu-144S, costruiti dalla Tupolev e utilizzati dalla Aeroflot.
Dopo i primi voli dimostrativi pareva che la produzione del Concorde dovesse coprire ordini di diverse decine di unità, ma sia la crisi petrolifera dei primi anni settanta, sia gli elevati costi, rivelatisi ben superiori a quelli originariamente previsti (6 miliardi di lire nel 1969), fecero sì che solo la British Airways e l’Air France mantenessero gli ordini effettuati: 14 aerei supersonici il cui costo di produzione, nel 1977, si aggirava intorno ai 23 milioni di sterline.
Così il 21 gennaio 1976 i primi due Concorde di linea decollarono in contemporanea da due aeroporti europei: uno partì  da Londra e atterrò nel Bahrein,  l’altro da Parigi e atterrò a Rio de Janeiro.
Due voli da favola durante i quali ai passeggeri furono offerti caviale, aragosta, filetto, champagne Dom Perignon e sigari cubani.
Chi ci ha viaggiato parla di avventura, di film americano, di costi abbondantemente coperti dalla soddisfazione per quella esperienza unica.
La distanza tra Londra e New York veniva coperta in tre ore e venti minuti (il volo di linea di un normale Boeing 747 durava oltre sette ore) e gli spazi non comodissimi della fusoliera erano compensati dall’elevato standard del servizio e del personale di bordo. All’interno dell’aereo erano presenti dei display che mostravano l’altezza, la velocità e la temperatura esterna.
Accadeva poi una cosa curiosa: volando verso occidente, partendo da Londra o da Parigi al tramonto, si arrivava a New York ancora in pieno giorno, tanto che la British Airways aveva coniato lo slogan «Arrivare prima di partire».
Sui Concorde ha viaggiato l’élite mondiale, la finanza, la politica, i ricchi della terra: in totale ben 2 milioni e mezzo di passeggeri dal 1976 al 2003..
Il biglietto andata e ritorno della tratta Londra New York costava intorno ai 12 mila dollari, giustificati dai costi di manutenzione e di esercizio molto elevati.  Basti pensare che per ogni ora di volo, che costava 175.000 franchi, erano necessarie 18/20 ore di manutenzione, per un totale di 88.000 franchi: la sola manutenzione rappresentava oltre la metà del costo del volo, mentre il consumo di carburante si aggirava intorno ai 17 litri/passeggero per 100 chilometri.

In breve i deficit maturati e il grave incidente del 25 luglio del 2000, durante il quale persero la vita 113 persone, diedero il colpo di grazia ad una stagione durata poco più di un quarto di secolo.
Il 10 aprile 2003 la British Airways e la Air France diedero in contemporanea l’annuncio che alla fine dello stesso anno il Concorde sarebbe stato definitivamente ritirato dalla circolazione.
Un esemplare di quell’aereo e un Tupolev Tu-144 sono esposti al Museo automobilistico e tecnologico di Sinsheim in Germania.