“Non mi toccare”: il romanzo dove la protagonista è l’aptofobia

Ê uno degli scrittori prolifici del panorama narrativo torinese. Massimo Tallone dispensa il tuo talento per i lettori, ma anche a beneficio di chi vuole magari emularlo, un giorno, con i suoi corsi di scrittura che ottengono sempre un eccellente successo. Esce proprio in questi giorni la sua ultima fatica letteraria, “Non mi toccare” (Edizioni del Capricorno), un libro toccante in cui la protagonista è l’aptofobia, la paura del contatto fisico. Abbiamo incontrato Massimo Tallone per carpirgli qualche “spoiler” del suo nuovo romanzo.


Conoscendo il Massimo Tallone autore, questo “Non mi toccare” mi sembra decisamente diverso da altri che avevi scritto: si tratta di una evoluzione nella scrittura?

“Credo che la scrittura sia sempre evoluzione. Almeno per me. Alla fine di ogni libro sento sempre che avrei potuto fare meglio. E allora scatta la molla di aprirsi a nuove sfide e al tentativo di inventare nuove soluzioni narrative. Anche se in realtà “Non mi toccare” era una bozza che tenevo in serbo da tempo. Ma il tipo di ‘sfida’ che contiene era già ben presente dall’inizio: scrivere una storia in cui realtà e fantasia fossero intrecciate in modo inestricabile e non separabile”.

La trama ci porta da Torino fino al Nord Europa… Quanto c’è ancora di torinese e quanto di islandese e dintorni? 

“Torino è il centro della vicenda. Da lì nasce la storia e lì si conclude. Susanna, la protagonista, deve fuggire da Torino. Approda prima in Sardegna, poi lassù, in Islanda e alle Fær Øer. Ma porta con sé un’idea di ‘torinesità’, come è inevitabile”.

Perchè la scelta dell’aptofobia come ‘protagonista’ del tuo libro? C’è qualcosa di autobiografico in questa vicenda?

“No, nulla di autobiografico. Ma ho conosciuto una persona aptofoba. Il motivo vero della scelta è quello di far entrare nella trama, tra le altre cose, una relazione vera, profonda e sentita, ma del tutto priva di contatti fisici”.

Come scrittore, come si definisce Massimo Tallone?

“Faccio fatica a definirmi, proprio perché sono pressoché costretto, ogni volta, a inventare un universo narrativo che non ho ancora esplorato. Anche quando scrivevo storie seriali cercavo di dare a ogni episodio della serie una struttura diversa. Insomma, l’unica definizione calzante che riguarda la mia attività dovrebbe essere quella di ‘esploratore di forme narrative’, alle quali cerco di dare di volta in volta un tono, una sintassi e un ‘cromatismo’ che non ho ancora mai sperimentato. Nel caso di “Non mi toccare” i livelli di esplorazione sono molti: la già citata fusione di realtà e immaginazione; la ‘scomposizione’ della storia su piani spaziali e temporali sempre in movimento, come i cieli dei mari del Nord; la costante e indivisibile presenza di paura e coraggio; la sfida dell’amore senza sesso e senza contatti; l’esperimento della suspense tenuta allo spasimo nonostante le distanze geografiche…”. 

Come sei diventato scrittore?

Credo che si ‘diventi’ scrittori continuando a chiedersi che cosa vuol dire essere scrittori.Pubblicare vuol dire essere scrittori? Non credo che basti pubblicare per essere scrittori, anche se è necessario. E forse non basta nemmeno vendere molto, anche se non guasta. Forse si diventa scrittori quando i lettori, scorrendo le pagine del libro, dimenticano del tutto di avere davanti segni grafici e cominciano a ‘vedere’ la realtà narrata, e a sentire gli odori, a provare caldo e freddo, la paura e la gioia. E girano pagina senza rendersi conto di avere in mano un libro, senza sentire la presenza dell’autore, ma percependo soltanto i personaggi e il mondo che li circonda. E da ultimo, credo che si diventi scrittori quando si accetta, proprio per le ragioni che ho appena detto, di non esistere, di essere morti, di annullare la propria realtà e la propria personalità a favore della ‘verità’ della scrittura, dato che le parole, definendo il mondo, lo rendono visibile”.

Quanti libri hai scritto? Ricordi il titolo del primo? E che cosa bolle in pentola?

“La risposta non è facile. Dal 1983 scrivo con metodo. Ho decine di romanzi giovanili che non ho mai pubblicato (e alcuni li ho distrutti). Poi ci sono romanzi e saggi che ho pubblicato, e sono circa venticinque. E numerose collaborazioni, racconti in antologie, testi per enciclopedie. Il primo lavoro pubblicato credo sia stato nel 1990, per UTET.

E sui lavori in corso, mi sento come un ‘umarell’ che guarda il cantiere di se stesso con le mani dietro la schiena. E in questo cantiere vedo un saggio dal titolo provvisorio “La letteratura, il superfluo e la morte”, un saggio umoristico dal titolo “Fenomenologia del corridoio” e l’abbozzo di un romanzo…”.

Tu sei uno di quei ‘fortunati’ che vivono di scrittura, con i tuoi libri e con i tuoi corsi di scrittura: com’è avere questa possibilità di trasformare una passione in una professione? 

“Credo che non ci sia fortuna maggiore e gioia più grande di fare ciò che si immaginava da sedicenni. Ma occorre molta attenzione. Bisogna ricordarsi di essere morti, rispetto al mondo esterno. Bisogna vivere pensando ossessivamente alla gioiosa e drammatica fatica del testo, dedicando quasi ogni istante alla sfida formale imposta dal nuovo scritto, mettendo tutta l’energia possibile nello scalpello che scava il nulla (il nulla è più duro del marmo) per ottenere la frase. Perché se si inseguono traguardi effimeri, di immagine, di successo, si entra in una macchina di perpetua insoddisfazione e di ansia. Da morti, invece, si respira l’aria pura della parola”.

 

 

Genova è più tranquilla: indaga la Squadra Speciale “Minestrina in brodo”

Dietro ai soprannomi da vecchietti, Maalox, Kukident e Semolino, si nascondono tre baldi ex poliziotti ora in pensione. Solo che il bonifico della pensione, ad un certo punto, non arriva più e loro si ritrovano a fare i salti mortali per sbarcare il lunario. E scoprono, quasi per caso, una Genova fatta di finta accoglienza, di speculazione edilizia, di intrecci affaristici tra Chiesa, mafia, politiche e banche. E’ la quarta nuovissima indagine della Squadra Speciale Minestrina in Brodo, un nome che è un tutto un programma. Ma il loro mestiere lo sanno fare, smascherando i malfattori che approfittano di una autentica emergenza sociale. Il libro, “Mazzo e Rubamazzo” (TEA), è scritto da Roberto Centazzo, Ispettore di Polizia a Savona, scrittore, speaker radiofonico e…gattofilo. Lo abbiamo incontrato per capire il segreto del successo della sua Squadra Speciale.

La Squadra Speciale Minestrina in Brodo ha un grande successo: Maalox, Kukident e Semolino sono veramente irresistibili…come spieghi questo loro successo?

“Mi ero accorto da lettore e da autore che molti protagonisti delle storie gialle avevano caratteristiche similari: erano tormentati, con problemi affettivi, non riuscivano ad adattarsi alla nuova città nella quale era stati trasferiti, soffrivano di solitudine e così cercavano sempre qualcuno con cui andare a cena. Magari inconsapevolmente, ma c’erano dei cliché da rispettare: era quasi d’obbligo citare il piatto tipico del luogo in cui prestavano servizio, oppure connotarli con una particolarità, chessò, indossavano calzini spaiati o cose simili. Insomma, c’era una sorta di sacralità nel giallo, delle regole da non sovvertire e una insopportabile tendenza degli autori a prendersi sul serio. A ciò aggiungi che, svolgendo indagini per mestiere, sono Ispettore superiore della Polizia di Stato, mi ero accorto che spesso le procedure non erano affatto rispettate. Ecco come sono nati Kukident Maloox e Semolino: non sono gourmet, né intenditori di vini, conoscono il lavoro, hanno fatto per quarant’anni i poliziotti, lo affrontano con serenità, sono amici, non hanno tormenti esistenziali né affettivi, non si prendono sul serio, anzi, si sfottono e si attribuiscono soprannomi buffi, hanno una vita regolare, non sono super eroi, ma sanno come va condotta un’indagine, e si occupano di problemi reali, di grande attualità. Insomma basta stereotipi. Mi dicono i lettori, e i critici letterari, che questa sia stata una ventata di novità e il segreto del loro successo”.


La trama si svolge a Genova, nella Genova dei carruggi e dell’accoglienza e degli affari un po’ loschi…quanto c’è di Genova nei tuoi libri? Quanto le vuoi bene, da immaginarla migliore? E’ possibile trovare una soluzione cosi geniale come nel libro (e incastrare i poteri forti?) 

“I miei romanzi della serie Squadra speciale Minestrina in brodo sono stati definiti dai critici e dai recensori delle commedie gialle. La definizione mi trova perfettamente d’accordo. Io sono innamorato del cinema italiano degli anni 50 e 60, dei film con De Sica (padre), Totò, Fabrizi. Raccontavano la realtà, erano uno spaccato dell’Italia di quegli anni. Ed erano “eleganti”, ossia privi di volgarità. Poi, al cinema, sono venuti i “poliziotteschi” quelli con Maurizio Merli e Franco Nero e ho amato anche quelli. Quante verità contenute in quei film! Ricordate  il primo film di tale genere? Si intitolava “La polizia incrimina la legge assolve” era diretto da Enzo Castellari e non a caso era ambientato proprio a Genova. Segnò una svolta nel mondo della cinematografia. Sono felice di aver coniugato la commedia col poliziesco. Nella detective/comedy il delitto c’è, sicuramente ma è il contorno la parte più importante, il tessuto sociale in cui si dipana la vicenda.
L’ambientazione a Genova è dovuta a molti fattori. È lì che ho mosso i primi passi come poliziotto, a metà degli anni ’80. È a Genova che ho fatto l’università, laureandomi in giurisprudenza. E poi, non dimentichiamolo, a Genova c’è il porto più grande d’Italia per estensione. E attraverso quel porto arriva di tutto: droga, armi. Nel centro storico di Genova si vivevano trent’anni fa i problemi di integrazione e di afflusso di migranti che oggi sono estesi ovunque. Ma tutto questo nei miei romanzi resta sullo sfondo, è scenografia, come la famosa sopraelevata, citata e ripresa in tutti i film.
Ciò che conta per me è l’aspetto umano dei personaggi, è l’intreccio che è un intreccio di vite, di anime, di persone. Genova è una città europea, multirazziale, con quartieri popolari  e zone di gran lusso, è la città dei vicoli resi celebri da De André, vicoli che, da ragazzino, frequentavo stupito e meravigliato quando vedevo le prostitute in attesa davanti ai portoni, i venditori di sigarette di contrabbando, di fuochi d’artificio sotto le Feste natalizie o di Rolex fasulli.
Quelle bancarelle, quelle scene, ora provocano nostalgia. Sono scomparse.
La città si è trasformata, è diventata più cruda, forse anche più pericolosa, alcuni carruggi sono diventati inaccessibili. Ma Genova conserva intatto il suo fascino. Come una bella donna. È un set naturale, straordinariamente efficace per chi come me ha scelto di ambientarvi le sue vicende umane”.

L’idea di trasformare i tre poliziotti in pensionati senza pensione (quando non arriva il bonifico) è geniale: fa loro rendere conto di cosa significa essere senza soldi e vivere quasi ai margini: è una piccola lezione di vita per tutti?

“Eh, sì. Per un errore della Prefettura o per un problema del programma informatico, non si sa, ai tre protagonisti, Kukident Maalox e Semolino non arriva più il bonifico della pensione. Così sono costretti ad arrangiarsi per sopravvivere, ad arrabattarsi.  Semolino troverà impiego come vigilante notturno in un magazzino di elettrodomestici, Kukident andrà a vendere i panini con la porchetta e Maalox troverà lavoro come ciabattino, per i cinesi a tre euro l’ora. In nero. E scopriranno che metà della popolazione di Genova e non solo, cerca di mettere insieme il pranzo con la cena. Da quel momento, inevitabilmente, diventano più indulgenti verso coloro che sino ad allora avevano guardato con distacco e con sospetto. C’è un periodo del romanzo che voglio citare testualmente: “Ora, d’un tratto, si trovava su un crinale: di qua, l’onestà, che significava povertà, stenti, privazioni, forse anche fame. Di là, l’arte di arrangiarsi. Che non significava necessariamente illegalità, ma spirito di sopravvivenza. Si batté una mano sulla fronte. Lo avessero lasciato senza stipendio quando aveva vent’anni, a inizio carriera. Avrebbe compreso davvero le ragioni di chi si era trovato a dover denunciare, e magari non sarebbe stato così spocchioso… così altezzoso… insomma, così stronzo!”

I nostri eroi, nonostante una certa età, hanno un notevole successo con le donne, anche più giovani…è merito del fascino della divisa? 

“Ahahaha… questa storia che con la divisa si becchi è da sfatare!”

Come scrittore, come si definisce Roberto Centazzo? Come sei diventato scrittore? Quanti libri hai scritto? Ricordi il titolo del primo? E cosa bolle in pentola per la squadra speciale Minestrina in brodo? 

“Io desideravo due cose da bambino: diventare ispettore di Polizia e diventare scrittore. Ci sono riuscito e sono la persona più felice del mondo. Per anni mi sono dilettato a scrivere a livello amatoriale, pubblicando, qualcosina ma la vera attività di scrittore è cominciata solo nel 2013 quando sono approdato all’editore TEA del gruppo GEMS. Con loro, prima ho pubblicato il romanzo ‘Signor Giudice basta un pareggio’, scritto a quattro mani con il giornalista Fabio Pozzo, poi ho dato vita alla serie Squadra speciale Minestrina in brodo. Attualmente le serie è composta da quattro episodi, ha avuto diverse ristampe è stata allegata alle collane Noir del Gruppo Repubblica/L’Espresso, ma sicuramente avrà altri seguiti. Inoltre sta per uscire il primo romanzo di una nuova serie ‘I casi di Cala Marina’, la cui uscita è prevista per giugno e anche un libro dedicato ai gatti, che uscirà il 16 maggio prossimo.  Il primo romanzo sì, lo ricordo eccome! S’intitolava ‘Per Terra ho annusato la vita’. Vinsi un premio letterario, ‘il Libro Parlante’ e il premio era la pubblicazione. Poi pubblicai altri due romanzi non gialli”.

Oltre a scrittore, Roberto Centazzo è avvocato, Ispettore di Polizia e chissà cosa altro ancora: altre vette da conquistare, altre sfide da vincere?  

“Io non mi vedo da vecchio a scrivere gialli. Mi vedo piuttosto autore di favole e di storie di gatti e ho anche nel cassetto un paio di romanzi di fantascienza. Spero inoltre di continuare la mia attività di conduttore radiofonico. Il mio programma ‘Noir is Rock’ nel quale, assieme all’amico Marco Pivari, intervistiamo i maggiori scrittori italiani, va in onda su diverse emittenti ed è ormai giunto alla sesta edizione”.

Ciao, mitico “Goreno”!

Quanta panchina mi ha fatto fare, il mister “Goreno”! Ma si vede che me la meritavo…
Però allora ci rimanevo male: e una volta, quando mi disse “Scaldati!” ad un minuto dalla fine, ritenni giusto rifiutare, per somma dignità. Una volta, viceversa, che ero stranamente titolare con la maglia numero 7, nonostante una buona partita, mi tolse dal campo nel secondo tempo, sostituendomi…e io gettai la maglia dalla rabbia…un po’ come le vere star viziate del pallone! Poi ci fu un anno in cui giocavo spesso titolare, ma anche lì – puntualmente – mi toglieva a tutte le partite dopo dieci-quindici minuti dall’inizio del secondo tempo…e mi giravano le scatole!
In realtà, a discolpa del leggendario mister Renato Caselli, va il fatto che io fossi un’ala destra sì veloce e generosa, ma senza alcuna confidenza con il gol, senza un gran talento e senza nemmeno una grande…visione di gioco (a causa delle mia apocalittica miopia!).

Ecco perchè “Goreno” (non ho mai saputo il perchè di questo soprannome!) aveva sempre ragione: ma lo riconosco ora, 30 anni dopo la fine di una disonorevole carriera, molti chili e molti capelli dopo. E adesso che ci ha lasciati – in attesa che, giustamente, gli intitolino il campo sportivo di Sant’Agostino (Ferrara) – mi tornano in mente tanti aneddoti, legata alla maglia verdi dei “Ramarri” (il nomignolo del C.S., Circolo Sportivo, proprio per via del colore verde), ma anche a trasferte improbabili, su una Renault 4 o un Fiorino stracolmi di giocatori, a gelati e pizze pagate a tutta la squadra dopo una vittoria, a tanti momenti di allegria e spensieratezza, per noi che giocavano nel vivaio del C.S. e che al pallone dovevamo, ovviamente, abbinare lo studio, rubando due ore di qua e due di là, per gli allenamenti. E poi, le partite del sabato o della domenica mattina…
E questi ricordi, e pure qualche foto un po’ sfumata dal tempo, ci rimangono dentro e ci rimarranno per sempre. A tutti i giocatori che “Goreno” ha visto passare sotto le sue “grinfie” in 50 anni (mi sa di più!): qualcuno poteva diventare un campione e non ce l’ha fatta, qualcuno si è divertito a giocare una vita tra i dilettanti, altri – come me – erano proprio dei brocchi. Non siamo diventati campioni, ma uomini sì, anche grazie agli insegnamenti del mister. E pure grazie alle mille panchine che ho fatto. Ma quante ne ho fatte!
Ciao, mitico “Goreno”.

Quando la politica é cosa per giovani…

Dicono che è un caso unico in Italia. Mai era accaduto, a quanto pare, che alle elezioni un’intera lista di candidati ad un consiglio comunale fosse composta da ragazzi tra i 18 e i 25 anni. Il record lo fa, dunque, Giaveno (Torino), la “capitale dei funghi” e ora, anche della “politica giovanile”. Merito della lista civica “Giaveno Giovani”: undici candidati, sei ragazzi e cinque ragazze, tutti Under 25 e senza precedenti esperienze elettorali. Visto che nessuno di loro poteva avere l’esperienza necessaria per poter esprimere un possibile futuro primo cittadino, ecco che ora sono tutti al servizio dell’unico “fuoriquota” della squadra, il candidato sindaco Stefano Tizzani, avvocato cinquantenne, che a suo tempo fu il più giovane consigliere comunale della storia di Giaveno…
La lista “green” è composta da studenti e da lavoratori, con diverse estrazioni culturali e sociali, che si sono incontrati all’ombra del campanile di Piazza San Lorenzo e hanno deciso di mettere insieme il loro entusiasmo, la loro passione nascente per la politica e, pure, un pizzico di incoscienza: il tutto per il bene della loro comunità.
La presentazione della lista, di lotta e di governo (il ruolo dipenderà dall’esito delle urne del 26 maggio), è avvenuta sabato 27 aprile, verso mezzogiorno, proprio nel bel mezzo del mercato settimanale di Giaveno.
Il più giovane dei giovani candidati di Giaveno è il neo 18enne Daniel Arcuri, che ha festeggiato la maggiore età appena qualche giorno fa, il 26 aprile. La capolista si chiama Eleonora Pellenc, 22 anni, studentessa in Giurisprudenza.
La “medaglia d’argento” dei più giovani di Giaveno è Fabio Corrini, 19 anni a luglio, studente della scuola alberghiera “Colombatto” di Torino, specializzazione nell’accoglienza turistica. “Ho accettato la candidatura innanzitutto perché ci tengo a Giaveno. Vorrei che anche i giovani avessero finalmente un loro spazio nella vita politica e sociale della città, che possano essere ascoltati, e non messi in disparte, come è successo finora. I miei genitori? Mi hanno incoraggiato, credono anche loro che impegnarsi in politica, da giovani, sia una cosa positiva”.
Il programma della lista è effettivamente “very young” anche nella terminologia: non a caso, nelle “idee giovani” per Giaveno si parla di “Work”, di “Summer and Winter Festival”, di “Food and Drink”, di “Sound”, di “Beach”, di “Go on air”, di “Smart Mobility”, di “Green” e di “Smart City”, intendendo – in ordine – uno spazio lavoro, eventi culturali, una manifestazione di Street-food, un giardino estivo, una radio, una mobilità intelligente, iniziative ecologiche e wi-fi gratuito e app variegate. Argomenti di sicura grande presa sull’elettorato più giovane e, in particolare, sui diciottenni chiamati per la prima volta alle urne. Una lista e un programma che è anche un laboratorio di idee e progetti, una risorsa per il futuro di Giaveno e, senza dubbio, la grande novità di queste elezioni comunali.
Ma i “matusa” come la prenderanno? “Pensiamo anche a loro, non solo ai giovani”, ribatte Fabio Corrini, con diplomazia da vendere.
“Credo che sia un segnale importante”, afferma il candidato sindaco Stefano Tizzani, in lizza con altri quattro candidati, tra cui il sindaco uscente Carlo Giacone, “proprio quando la disaffezione nei confronti del mondo politico è all’apice, constatare che le nuove generazioni credono ancora nell’impegno civile al servizio della comunità”.
Per avere il nuovo sindaco, a Giaveno (che ha quasi 17mila abitanti) servirà, molto probabilment,e il ballottaggio. E la lista “green” potrebbe far pendere la bilancia da una parte o dall’altra.
Attenzione, però: c’é pure una lista che si chiama “Nipoti e Nonni”…

Ecco i candidati della lista “Giaveno Giovani”.

 

 

 

 

 

Notre-Dame: preferisco ricordarla cosi…

Quello che è successo alla Cattedrale di Notre-Dame di Parigi è stato spaventoso, un terribile incendio, accidentale. Abbiamo visto immagini apocalittiche di una delle chiese simbolo della Cristianità, in piedi da oltre 800 anni, un pezzo di storia della Francia e della Vecchia Europa.
In attesa, spero presto, di vederla restaurata, per ora preferisco ricordarla così: in una foto che ho scattato una delle due-tre volte che sono stato a Parigi, in una tetra (ma affascinante) mattinata parigina del marzo 2012…questa è la vera Notre-Dame!!!

Foto Cristiano Tassinari. Con nostalgia.

Codice della Strada: sempre più (giustamente) severo

Altro giro di vite del Codice della Strada italiano. Ed è giusto così. Le strade italiane, dall’entrata in vigore della patente a punti (dal 1° luglio 2003) e con il contributo di altri provvedimenti (l’uso dell’etilometro nei controlli, ad esempio) e maggiori controlli nei pressi di luoghi a rischio (come le discoteche), sono più sicure oggi che vent’anni fa. Intendiamoci: la battaglia per la sicurezza stradale è tutt’altro che vinta, ma i dati parlano chiaro, evidenziano una drastica riduzione del numero delle vittime della strada. Secondo le statistiche fornite dall’Istat, nel 2018 le vittime di incidenti stradali sul territorio italiano sono state 3.378 (più 246.750 feriti). Un numero ancora impressionante peraltro in lieve risalita), ma più che dimezzato rispetto, ad esempio, al 1999, quando le vittime della strada furono 8 mila. Erano i tempi, tragici, delle famigerate “stragi del sabato sera”, disperazione e tormento di tante famiglie che hanno perso figli e persone care in incidenti stradali. Ma ci fu anche di peggio: nel 1972, le vittime della strada in Italia furono 11.078 (dato Automobil Club d’Italia). Quindi, non fu soltanto colpa dei maledetti anni ’90.

Per fortuna – ma anche con una giusta cognizione di causa – quei tempi non torneranno più. Merito di un Codice della Strada sempre più (giustamente) severo. E gli aggiornamenti del 2019 andranno nella stessa direzione: maggiori controlli, nuove restrizioni, maggiori sanzioni. Uguale: più sicurezza.

La principale novità: sanzioni più severe per chi usa il cellulare
Nel documento finale del governo-Conte, pronto all’approvazione, sono comprese nuove norme che tendono proprio nella direzione dell’inasprimento dei controlli e delle sanzioni per i trasgressori. La nuova normativa sull’utilizzo dei cellulari mentre si guida prevede una sanzione tra 422 e 1697 euro (in netto aumento rispetto a quelle attuali, che si attestano tra 161 e 467 euro) e la pena accessoria della sospensione della patente da sette giorni a due mesi. Confermato anche l’aumento della multa in caso di recidiva, con sanzioni tra i 644 e i 2588 euro, con la sospensione della patente da uno a tre mesi e la decurtazione tra i 5 e i 10 punti dalla patente di guida. Questa severità in materia di cellulari è peraltro giustificata dal fatto che ormai, statistiche alla mano, due incidenti stradali su tre sono causati dal fattore-distrazione, troppo spesso collegato ad un uso improprio dello smartphone, sotto forma di telefonate o messaggi. Era diventato indispensabile intervenire.

 

Parcheggi “rosa” e limiti di velocità che non si alzano
Nel nuovo Codice della Strada è stata confermata anche la misura che prevede la predisposizione di parcheggi gratuiti per le donne in gravidanza e per chiunque trasporti in macchina un bambino con un’età inferiore a un anno. Parcheggi “rosa” (dal colore del relativo cartello) sono presenti già in numerosi comuni italiani, almeno a titolo dimostrativo. Poi, non essendo previsto un tesserino (come per i disabili), in realtà nei parcheggi “rosa” ci potrebbe parcheggiare chiunque. Dipende dal buonsenso e dalla civiltà di tutti.
Non è stato inserito tra le nuove norme, invece, l’innalzamento dei limiti di velocità in autostrada che restano, quindi, fissati a 130 km/h. Confermata anche l’abolizione dell’obbligo di utilizzo delle luci di posizione e degli anabbaglianti nelle ore diurne e il permesso di circolazione per gli scooter 125 sulle autostrade e sulle strade extraurbane.

Multe per divieto di sosta
Sono state aumentate, e non di poco, anche le sanzioni per il parcheggio in divieto di sosta. Si passa da multe che andavano dagli 84 ai 334 euro a sanzioni tra i 167 e i 647 euro, con decurtazione di due punti sulla patente in caso di sosta in area di parcheggio adibita a mezzi elettrici e di quattro punti nell’eventualità di un parcheggio in un’area riservata alle auto di persone con disabilità o sui marciapiedi.Occhio ai ciclisti!
Confermate anche le modifiche alla circolazione che ciclisti sulla strada (in bicicletta si potrà andare anche contromano!), che più di una polemica – e di una perplessità – hanno già creato. Tra le norme per i ciclisti, oltre a tutta una serie di precedenze che spettano loro in materia di traffico, c’è anche l’obbligo dell’uso del caschetto protettivo. Sarà un ulteriore passo in avanti verso la sicurezza, anche su due ruote. Per la prima volta, inoltre, il Codice della Strada si occupa anche dei mezzi del futuro (monopattini, hoverboard e skate), per i quali finora none esisteva alcuna normativa.Si potrà continuare a fumare
Non passa, viceversa, il divieto di fumo alla guida del proprio veicolo privato. Era una delle novità più discusse dell’intero pacchetto di riforme. Al grido di “Voglio poter fumare liberamente almeno nella mia macchina!”, ora i conducenti-fumatori possono festeggiare la loro piccolo-grande vittoria. Rimane in vigore, almeno quello, l’art.51 della Legge n.3, che stabilisce il divieto di fumo nell’abitacolo di un’autovettura se a bordo vi sono minori e/o donne in stato di gravidanza.
Poi, anche in questo caso, più che una questione di controlli, è una questione di buonsenso.

Problemi con il traffico? Ci pensa “Transpolis”

Un buon consiglio per gli amministratori pubblici di Genova e Torino, ma ci potremmo aggiungere Milano, Roma, Napoli e chissà quanti altri capoluoghi di provincia (e non solo) alle prese con un traffico sempre più pressante ed asfissiante. Anche dal punto di vista ambientale.
La storia che vi raccontiamo arriva dalla Francia: ad una cinquantina di km da Lione, esiste “Transpolis“, la città-laboratorio dei mezzi di trasporti del futuro, naturalmente (e rigorosamente) a Impatto Zero, o giù di lì.
Di fatto, questa “Transpolis” è una città fantasma, dove non ci abita (ancora) nessuno, ma dove ci sono strade, incroci, rotatorie, semafori, navette elettriche, mezzi pubblici ecosostenibili, persino un tratto di autostrada. Costruita da una ex base militare dell’Esercito francese, “Transpolis” si trova nel nulla più assoluto nelle campagne di Saint- Maurice-de-Rémense, nel dipartimento dell’Ain. È qui che vengono effettuate vere e proprie sperimentazioni sui veicoli del futuro (un po’ anche del presente), riproducendo situazioni critiche reali della circolazione stradale, cercando di trovare soluzioni anche in termini di sicurezza.
L’area su cui si trova “Transpolis” – un progetto in parte concluso nell’estate del 2018, ma ancora non del tutto arrivato a regime – è dotata di tutte le più moderne infrastrutture: 300 km di fibra ottica, la tecnologia 5G e 2.000 kwh di potenza.
L’investimento nel progetto da parte della società che si chiama proprio “Transpolis” è stato di 18 milioni di euro, in parte finanziati dagli enti locali e da un polo d’eccellenza tecnologica denominato “Cara”, specializzato in mobilità urbana.


Per le strade di “Transpolis” si può trovare il meglio di quello che, presto, troveremo sulle strade delle nostre città: i semafori veramente “intelligenti” (non come quelli a cui siamo abituati!) che si regolano al passaggio dei veicoli, con una corsia prefenziale per i camion, in modo da smaltire più velocemente il traffico pesante, i lampioni dell’illuminazione stradale notturna che si accendono soltanto al passaggio di una vettura, per poi spegnersi subito dopo, con considerevole risparmio energetico e le navette di trasporto pubblico, completamente elettriche e senza conducente, che frenano automaticamente di fronte alla presenza di un ostacolo o di un pedone che attraversa la strada…
E poi, naturalmente, tutta la serie ormai consolidata di autobus elettrici ad Emissioni Zero, le “self-driving cars” (le auto autonome, che si guidano da sole, senza bisogno di guida umana), i crash-test per migliorare la resistenza delle vetture in caso di incidente e il sistema di guida che, non solo controlla autonomamente la velocità, ma conserva la giusta traiettoria anche in caso di sbandamento dell’auto, ad esempio nell’eventualità di un malore del conducente.
In buona sostanza: tutto quello che sarà il traffico del futuro è già in corso di sperimentazione a “Transpolis”. Con una piccola avvertenza: per il momento, in giro per la città-fantasma, ci sono solo manichini che sostano ai semafori in attesa del verde o che sono seduti tranquillamente all’interno dei mezzi pubblici. Con gli umani, beh, sarà un po’ diverso. Ma mentre Genova annaspa nel suo traffico quotidiano – anche in seguito al crollo del Ponte Morandi – e Torino è alla prese con la Ztl e con il blocco della circolazione, quasi quasi la speranza è che il visionario sogno di “Transpolis” diventi realtà il prima possibile.

(c.t.).

L’Aquila, 10 anni dopo

Articolo di Saverio Tommasi

“Sono tornato all’Aquila 10 anni dopo il terremoto, e a nove anni da quando l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi diceva: “Abbiamo ricostruito un’intera città”.
L’Aquila è una città commovente, gentili e meravigliosi i suoi abitanti, ma i danni del terremoto sono ancora tutti lì, e io ve li mostro, al di là di qualche monumento restaurato e della propaganda di ogni governo che da Berlusconi in poi si è succeduto.

Il centro della città è disabitato, in molti posti i lavori neanche sono cominciati, dopo dieci anni. E, ormai è chiaro, non inizieranno mai. Le new town dovevano essere provvisorie, sono stabili ma senza una piazza, un bar, un tabacchi, un’edicola. Da lì passa solo un autobus che porta all’ospedale o al centro commerciale, nessun collegamento con il centro.
Nessuna scuola del centro storico è tornata agibile, le scuole sono in prefabbricati “di lusso” che sarebbero dovuti servire per 5 anni, siamo già a 10.
L’Aquila meriterebbe di vivere, invece è una desolazione. L’impegno dei cittadini, dei singoli, è tanto. Ma i risultati sono bassi, l’Aquila è vuota. I negozi nella zona del terremoto sono vuoti. I bar sono vuoti, i ristoranti sono quasi vuoti.
Ho conosciuto persone belle, all’Aquila. Alcune bellissime. Ma la solitudine mi ha mangiato lo stomaco”.

Ci sono stato, a L’Aquila, Nel 2011.

 

“Tottenham Hotspur Stadium”, la nuova casa degli “Speroni”

 

LONDRA (REGNO UNITO) – Stadio bagnato, stadio fortunato. Si può dire così per il nuovissimo “Tottenham Hotspur Stadium” di Londra, la casa del XXI Secolo degli “Speroni”.

L’impianto – bellissimo, dicono chi l’ha visto dal vivo – è stato inaugurato mercoledì 3 aprile, sotto la pioggia, con la partita di Premier League tra il Tottenham e il Crystal Palace, un derby londinese minore, vinto dagli “Spurs” per 2-0-
Il calciatore sudcoreano Son Heung-min entra nella storia per essere stato l’autore del primo gol nel nuovo stadio.

In realtà, prima dell’inaugurazione ufficiale c’erano stati due test semi-ufficiali: una partita del campionato Under 18, vinta dal Tottenham sul Southampton (2-0, primo gol assoluto del giovane J’Neill Bennet) il 24 marzo e – la settimana dopo – una sfida di Vecchie Glorie tra Tottenham Legends e Inter Forever, alla presenza di molti giocatori che hanno fatto la storia di entrambi i club (uno per tutti: Jurgen Klinsmann).

Il terzo stadio più grande di Londra, il secondo della Premier League

Costato una cifra attorno al miliardo di euro (e inaugurato con quasi un anno di ritardo), con un capienza di 62.062 spettatori, il “Tottenham Hotspur Stadium” è il secondo stadio più grande della Premier League(dopo l’Old Trafford di Manchester) e il terzo più grande di Londra, dopo Wembley e Twickenham, il tempio del rugby.

Inserito in un progetto di riqualificazione urbana del quartiere di Tottenham, a nord di Londra, non esattamente una delle zone pi`ù ricche della capitale, il “Tottenham Hotspur Stadium” è una incredibile ventata di novità, anche architettonica, ma con un legame indissolubile con la tradizione e con il tessuto sociale: sorge, infatti, sulle cenere dell’ormai demolito White Hart Lane, lo stadio degli “Spurs” per 118 anni.

Non a caso – in attesa del nome ufficiale, da assegnare ad un munifico sponsor, il nuovo stadio viene spesso chiamato, da tifosi e media, New White Hart Lane…

Il “Tottenham Hotspur Stadium” dà i numeri

Alcune curiosità:
– L’abbonamento per il settore di tribuna centrale pu`ò arrivare a costare fino a 23.000 euro, ma a partire dalla prossima stagione. Si può cominciare a risparmiare….

– Non si paga assolutamente in contanti, ma solo con carte di credito, bancomat, abbonamenti elettronici e drink-card (succede anche all’Allianz Arena di Monaco di Baviera). I punti di pagamento elettronico sono 878, uno dovreste trovarlo…

– Se volete dormire in zona, no problem: l’hotel dello stadio ha 180 camere. Il prezzo? Ragionevole, pare.

– Un po’ hanno copiato gli architetti che hanno costruito questo stadio: una tribuna è esattamente la copia identica – ispirata, dicono loro – dal “Signal Iduna Park” di Dortmund.

– All’interno dello stadio esiste una brasserie, quasi una fabbrica delle birra, pronta a servire 10.000 birre alla spina ogni partita. Ecco perchè, forse, ci sono 773 toilets…

Il vero derby di Londra: Tottenham-Arsenal

Insieme ad una dirigenza ricca e ambiziosa, ora al Tottenham non manca nulla per rimpolpare una scarna e impolverata sala dei trofei (due soli titoli: 1951 e 1961, ultima FA Cup nel 1991)

E magari tornare a lottare per il titolo con l’Arsenal, la vera rivale – da sempre – degli “Spurs”.
Tottenham-Arsenal, il vero derby di Londra.
Le altre vincono forse di più, ma – nella storia – contano assai meno.

“Matematiche certezze” cercasi tra Torino e Genova

Due città che si somigliano più di quanto non immaginino loro stesse, anche se Genova con il mare davanti e Torino con le montagne alle spalle, ma con quell’aria decadente di nobildonne decadute e orgogliose sono protagoniste del giallo “Matematiche certezze” (Frilli Editori) appena uscito in tutte le librerie.

Due città, due scrittori, quattro mani: la caccia al killer dei dadi – un giocatore che si prende gioco di tutto e di tutti – non solo il commissario Crema e il commissario Mariani, ma anche e soprattutto i loro creatori, il torinese Rocco Ballacchino e la genovese Maria Masella, punte di diamante – ognuno nel proprio territorio di caccia – di un fertile movimento narrativo legato al mondo del giallo e dei noir.
Per due autori che scrivono insieme, ecco una necessaria “intervista doppia”.

Scrivere “a quattro mani”

“Due stili diversi, al pubblico piace, ma due storie incastrate perfettamente l’una nell’altra per un’unica trama”, spiega Rocco Ballacchino.

“C’era il problema degli stili diversi: lui in terza e al passato, io in prima e al presente…”, aggiunge Maria Masella. “Ho proposto che il pezzo con Crema diventasse come un lungo flashback. Rocco ha scritto Torino e io ho fatto il contorno, ma imponendomi di legare le due parti alla conclusione”.

Il mistero della trama 

“Le matematiche certezze del titolo di questo giallo stanno a dimostrare che, a volte, non esistono “matematiche certezze” per gli investigatori”, racconta Rocco Ballacchino. “Sono sempre alla ricerca di una verità definitiva che non sempre arriva. E il killer dei dadi è veramente un osso duro!”.

“Mai, mai e ancora mai rivelare la trama di un noir, sussurrare frammenti”, interviene Maria Masella. “Un commissario di Torino, Crema, deve indagare su alcuni omicidi, sono i giorni di Ferragosto. Anni dopo, sempre nei giorni di Ferragosto, un commissario di Genova, Mariani, inciampa in un omicidio molto simile a quelli torinesi. Somiglianza casuale? Vi ho detto pochissimo della trama ma posso raccontarvi altro”.

I due commissari

Ballacchino: “Che personaggio è il commissario Crema? Secondo me è un investigatore speciale proprio perchè è normale, con la sua quotidianità e la vita in famiglia. Non è un uomo d’azione ma di ragionamento, anche lento a volte. E spesso vittima delle diete!”

Masella: “Che personaggio è il commissario Mariani? Un uomo normale. Fisicamente è piuttosto alto, non magro e non grasso. Ormai si avvia ai cinquanta (all’inizio era molto più giovane), capelli e occhi scuri. Lunatico. Fumatore. Con moglie, che un tempo aveva tradito. Due figlie. Una madre. Dalla madre ha ereditato una scala di valori che lui chiama: liberté, egalité, fraternité”.

Le nostre città: Torino e Genova

Ballacchino: “Torino è sempre al centro delle mie storie perchè ci vivo”, continua Rocco Ballacchino, “la percorro con i miei passi e mi piace raccontarne usi e costumi, dal mio modesto punto di vista. Penso sia d’obbligo per una scrittore descrivere ciò che lo circonda”.

Masella: “C’è tanto di Genova nei miei libri. Luoghi e quindi odori, sapori, suoni. Una curiosità? Quando ho scritto il mio pezzo avevo muratori in casa e mal di schiena (accoppiata favolosa), avevo quindi poche possibilità di ricerche sul campo. Ho ambientato il mio pezzo a meno di un chilometro da dove abito”.I ragazzi e la lettura

Ballacchino: “Sono direttore della collana per ragazzi “I Frillini”, con cui cerchiamo di avvicinare alla lettura i ragazzi (9-13 anni) con storie semplici, ma piene di riferimenti alla loro quotidianità. La lettura non va imposta come una medicina, ma bisogna trovare il modo di incuriosire i ragazzi e fornirgli un’alternativa al mondo dei social network”.

Masella: “Io sono una professoressa, insegnavo matematica, fisica e informatica. Ma ho sempre collaborato con la gestione delle biblioteche delle scuole in cui insegnavo. Gli adolescenti leggono se vedono adulti leggere. Se non si forzano i loro gusti. Il libro perfetto per uno è sbagliato per un altro. Il libro sbagliato oggi può essere perfetto domani”.

Scrittori: si nasce o si diventa?

Masella: ” Maria Masella è una scrittrice? Non ne ho la certezza matematica! Ho sempre amato leggere, raccontare storie. Ho cominciato molto presto a scrivere storie. Quando mi chiedevano cosa volevo fare “da grande” rispondevo lo scrittore. Scrivevo per me e per pochi intimi. Nel 1986 (avevo già trentotto anni e il mio percorso lavorativo come insegnante era finalmente come lo volevo) ho inviato un racconto al Mystfest. Ho dimenticato i miei dati, ma mi hanno cercata perché il mio racconto era piaciuto. Non mi sono più fermata”.
Ballacchino: “Le mie uniche matematiche certezze sono che senza l’impegno e la voglia di migliorare come autori non si può crescere”.

La prossima fatica letteraria?

Ballacchino: “Sto scrivendo il settimo episodio della serie Crema-Bernardini e poi mi piacerebbe che qualche mio testo fosse nuovamente interpretato in teatro, come accaduto ormai qualche anno fa. Un sogno nel cassetto”.

Masella: “Ho finito la prima stesura del Maritano 3 (terzo romanzo della trilogia Teresa Maritano e Marco Ardini), sto finendo la prima stesura del Mariani natalizio (sarà il ventunesimo!). Ho promesso un romance storico a Mondadori (ho perso il conto, ma sarà il dodicesimo)”.

Dove sarà ambientato il prossimo omicidio? 

Ballacchino: “Forse in uno studio televisivo”.

Masella: “Mai anticipare! Altrimenti che giallista sarei?