VELO INTEGRALE SI O NO? ECCO COSA SUCCEDE IN EUROPA

di Eloisa Covelli, giornalista Euronews

Libertà religiosa o costrizione? Il velo islamico è un tema che divide l’Europa, ancora più se è integrale, perché nel qual caso subentrano anche motivi di sicurezza. E’ giusto o no consentire l’uso del niqab o del burqa in un periodo di allerta terrorismo?

Alcuni paesi, come la Francia, il Belgio, l’Austria e recentemente la Danimarca, hanno detto espressamente di no. Altri paesi come l’Italia si nascondono dietro a una vecchia legislazione che vieta genericamente il volto coperto per motivi di sicurezza.

Altri ancora hanno messo dei divieti attenuati. In Germania non possono stare con il velo integrale le funzionarie che hanno rapporti con il pubblico, mentre in Olanda è vietato in tutti gli uffici dello Stato, ma è consentito in strada.

E l’Unione europea cosa dice? La Corte europea dei diritti umani si è espressa nel 2017 su un ricorso di tre musulmane contro la legislazione proibitiva del Belgio. E ha dichiarato assolutamente legittimo il divieto.

Caporalato, un sistema “malato” che va cambiato

di Simona Zecchi, giornalista Euronews

La morte dei 12 braccianti, tutti migranti, avvenuta sulla statale 16 nei pressi di Lesina il 6 agosto, insieme a quelle verificatasi due giorni prima di altri 4 migranti lavoratori agricoli, a causa del violento scontro sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri, sempre nel foggiano, ha riportato all’attenzione dei media un fenomeno che non smette mai di fornire dati preoccupanti.

“Il sistema del capolarato riguarda lavoratori italiani e migranti (divisi questi in comunitari ed extracomunitari: bulgari, rumeni e provenienti dall’africa subsahariana) e le condizioni di schiavitù riguardano tutti con delle differenze sociali fra lavoratori italiani e stranieri (in cui sono coinvolti anche i bambini di 12 anni soprattutto bulgari)”.

Lo ha detto il segretario generale della FLAI-CGIL, Ivana Galli, ai nostri microfoni che ha anche spiegato come funziona lo sfruttamento delle persone lungo la giornata lavorativa che contraddistingue i lavoratori del settore agricolo stagionale. Un sistema “malato, parallelo” oliato soprattutto da quelle aziende (non tutte) che, pur mostrando una situazione amministrativa regolare con dei lavoratori regolari alle loro dipendenze, permettono dinamiche di sfruttamento al limite della decenza umana. Vediamo nel dettaglio cosa succede, mentre nella parte audio si affrontano anche questi temi ma si approfondiscono tutti quegli aspetti che riguardano le aziende e le loro mancanze e le battaglie che la FLAI_CGIL, che combatte da anni per sensibilizzare istituzioni, aziende, comuni, regioni e associazioni.

Secondo il report della FLAI-CGIL su circa un milione di lavoratori agricoli, i migranti si confermano una risorsa fondamentale.

Lavoratori italiani e stranieri: trattamenti differenti ma per tutti c’è sfruttamento: nessuna tutela e nessun diritto garantito dai contratti e dalla legge; una paga media tra i 20 e i 30 euro al giorno; lavoro a cottimo per un compenso di 3/4 € per un cassone da 375Kg; un salario inferiore di circa il 50% di quanto previsto dai contratti di lavoro regolari.

Ogni cassone di prodotti raccolti corrisponde a 3,00 euro di compenso: un lavoratore straniero guadagna mediamente – su una giornata di lavoro che va dalle 8 alle 12 ore – dai 23 ai 25 euro. Importo che cambia per un lavoratore italiano che guardagna intorno ai 35/40 euro giornalieri. La situazione contributiva cambia anche in base al sesso, sia per gli italiani sia per gli stranieri: le donne guadagnano di meno circa 30 euro al giorno e subiscono anche abusi e attenzioni sessuali. A questi importi, ogni lavoratore deve togliere 5 euro per il trasporto e per i lavoratori stranieri, che devono appoggiarsi in tutto e per tutto ai caporali da cui acquistano anche beni di prima necessità: in tutto, per questi una 10ina di euro in meno dal guadagno giornaliero. Diverse aziende, cosiddette regolari, poi, che forniscono busta paga ai lavoratori stranieri e italiani iscritti agli elenchi anagrafici dell’Inps, che dunque non vengono presi su “piazza”, dichiarano importi maggiori rispetto a quello che viene loro dato realmente. E’ a questa cifra reale, più bassa, che vanno calcolati le sottrazioni per trasporto e cibo.

I lavoratori italiani (tra i quali molte donne), ormai fuori dai normali cicli produttivi italiani, partono dalle piazze dei Paesi o dei capoluoghi del sud, con autobus normali turistici, alle 3.30 del mattino e ritornano in media alle 18.30 della sera (le zone distano mediamente per i lavoratori italiani circa 250 km) approvigionandosi da soli per quanto riguarda il cibo; sono invece anche loro costretti a consegnare parte del guadagno (sempre 5,00 euro) ai loro caporali per il trasporto. Là dove invece nel contratto di lavoro è indicato che il trasporto deve essere a cura delle aziende. I migranti vivono per lo più nelle bidonville, ammassati e distanti dai campi di lavoro almeno 20 km in media. Quelli irregolari sono costretti a non uscire mai o quasi mai dalle strutture fatiscenti, che i migranti stessi si costruiscono da sé con mezzi di fortuna che trovano.

Criminalità mafiosa e modalità mafiosa dei caporali

La criminalità organizzata o agromafia si inserisce anche in questo sistema con i loro caporali, ma molto diffusa è l’organizzazione di singoli soggetti “sfruttatori del lavoro altrui”, afferma la Galli, che agiscono con metodo mafioso e che in caso di predisposizione di mezzi di trasporto da parte delle aziende con il finanziamento pubblico, impediscono a queste ultime di trovare la manodopera che gli è indispensabile per non perdere il prodotto al momento della maturazione. Tra i caporali ci sono anche i lavoratori stranieri, quando riescono ad acquistare dei mezzi di trasporto, sempre fatiscenti e non regolari e che operano lo stesso tipo di sfruttamento.

Dati:

Sono impiegati per il lavoro stagionale in provincia di Foggia in tutto 50mila lavoratori, il 50% dei quali è straniero (tra lavoratori comunitari ed extracomunitari); a questi si aggiungono circa 10/15mila lavoratori irregolari stranieri. A stagione vengono impiegati circa 4/5000 lavoratori a seconda del prodotto agricolo trattato, sui quali i caporali contano per il guadagno nero del trasporto.

Sono in tutto invece 1.050 milione i lavoratori in tutta Italia impiegati nel settore, tra cui 903mila stagionali e circa 400 mila sfruttati e sotto ricatto.

A differenza dei lavoratori italiani, inoltre, che tornano nelle proprie case a fine giornata, gli stranieri devono in tutto e per tutto affidarsi ai loro caporali che non hanno in genere attenzione per l’individuo e i loro diritti.

E’ un sistema parallelo, malato che – come ci riferisce Ivana Galli – se bloccato invece cambierebbe anche la situazione contributiva dell’Inps perché il sottobosco di inevaso di questo settore rientrerebbe. L’insieme dell’economia sommersa e illegale (Economia non osservata ndr) ammonta a 208 miliardi, il 37% (77 miliardi) proviene dal lavoro irregolare. Infine 4,8 i miliardi provenienti dal Business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura.

La legge (in particolare la 199/2016) prevede tutta una serie di risorse per le aziende che si vogliono mettere in regola, ma la maggior parte di loro non agisce in questo senso perché dovrebbe dichiarare il numero di persone impiegate, se sono in regola e il tragitto che devono compiere.

Un altro dato da segnalare, a esempio in zone come Mondragone, soprattutto tra i bulgari, è la presenza di nuclei familiari ai quali è riservata la paga intera per tutti i componenti (50,00 euro da suddividere tra loro; tra di loro anche bambini di 12 anni).

Io, dei vaccini, mi fido. Del resto, quali sono le alternative?

Qualche settimana fa, allo scoccare dei 60 giorni di vita, più o meno, di mio figlio Santiago, l’ho portato a fare i primi vaccini. La prima “ondata” di vaccini (ne seguiranno altri, nei prossimi mesi) ha riguardato la vaccinazione contro poliomelite, difterite, tetano, pertosse, epatite B e H tipo B. Vaccini obbligatori, s’intende. Poi ce n’è qualcuno facoltativo, ma decisamente consigliato. Il prossimo che faremo (che farà Santiago) sarà il meningococco, per combattere la meningite. Non chiedetemi troppo, su come si fanno e su come funzionano: non sono un medico.

Ho fatto vaccinare mio figlio e non ho mai avuti dubbi in proposito, nonostante la grande battaglia – sociale, medica e pure mediatica – che si combatte ogni giorno, più sui social che nei laboratori, a dire il vero, tra i NO VAX, i contrari ai vaccini e chi, invece, è favorevole.
Personalmente, appartengo alla generazione di fine anni ’60, che porta sul braccio sinistro il segno del vaccino anti-vaiolo, cancellato qualche anno dopo. Non ricordo nessun dolore, nessun pianto e nessun dubbio (credo che succederà così anche per Santiago, che si è comportato bene, da vero ometto). E i dubbi non hanno mai attraversato la mente dei miei genitori, a quanto pare. All’epoca, i vaccini si facevano e basta. Ora, sicuramente, abbiamo a disposizione una maggiore e più accessibile quantità di informazioni, a volte anche ingannatorie o, quanto meno, confuse. Ci possono pure, infatti, confondere le idee.

E, purtroppo, mi dispiace che l’obbligatorietà del vaccino come condizione indispensabile per l’iscrizione di un bambino nella scuola pubblica sia stata posticipata di un anno (scolastico) ed entrerà in vigore solo nel 2019-20. Rischiamo di essere sempre il Belpaese delle “cose buone e giuste”, ma rimandabili e condonabili all’infinito.

Perchè, poi, non dovremmo vaccinare i nostri figli? Io stesso ho scritto un post sul mio profilo di Facebook e, tra tanti favorevoli, ho riscontrato anche una buona percentuale di persone contrarie ai vaccini. Raccontando esperienze negative personali, accadute a loro stessi o ai loro figli, subito dopo il vaccino. Di fronte ad un’esperienza negativa, non si può che accettare le perplessità, ma senza generalizzare. E forse, l’unico vero rischio dei vaccini è proprio quello di generalizzare, di essere uguali per tutti, quando non tutti sono uguali di fronte alla reazione ai vaccini. Siamo essere umani, non robot fatti in milioni di copie.

Ma come si potrebbe provvedere a vaccini personalizzati per milioni di bambini? Quasi una mission impossible, ma chissà che un giorno non ci si riesca ad arrivare. Magari con l’aiuto della tecnologia, sempre più sviluppata, che vada a braccetto con la scienza. Ma fino ad allora, per me e per i miei cari, considererò i vaccini fondamentali. Io mi fido del sistema-Medicina. Di chi mi dovrei fidare, sennò? Di presunti santoni o depositari della Verità?
Penso che il non vaccinarsi sia comunque più pericoloso del vaccinarsi. Almeno fino a prova (personale) contraria, che spero di non avere mai. Del resto, quali sono le alternative ai vaccini tradizionali? Esistono vaccini naturali? Omeopatici? O qualcosa del genere? O, secondo i NO VAX, basta non vaccinarsi?
Mi sembra poco per convincermi. Mi serve molto di più.

Little baby get an injection

MARCHIONNE, NE’ SANTO, NE’ DEMONIO

Senza bisogno di insultarlo nè di santificarlo, ecco una breve biografia di Sergio Marchionne (tratto da it.euronews.com)

Nella mattinata di mercoledì 25 luglio è arrivata la notizia: è morto Sergio Marchionne, ex presidente e ad di Ferrari, presidente di Cnh e amministratore delegato di Fca. Era ricoverato a Zurigo da fine giugno dopo l‘aggravarsi delle sue condizioni in seguito ad un intervento chirurgico.

“E’ accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l’uomo e l’amico, se n’è andato”. Così John Elkann, presidente di Exor, la holding della famiglia, ha annunciato la sua scomparsa.

Classe 1952, nato a Chieti e figlio di un maresciallo dei Carabinieri, emigra in Canada da bambino e si laurea in legge a Toronto. Studi in Canada e domicilio in Svizzera, dove abitano l’ex moglie e i due figli. Marchionne, l’uomo dal maglioncino nero, ha vissuto gli ultimi anni tra Torino e Detroit mentre il Canada è stato il Paese in cui il manager ha vissuto anche le prime esperienze professionali come commercialista ed esperto nell’area fiscale. Dal 1985 fino al suo ingresso al Lingotto, Marchionne ricoprirà via via diversi ruoli di rilievo in aziende internazionali.

Il manager italo-canadese entra nell’universo FIAT come indipendente nel consiglio di amministrazione del Lingotto dal maggio 2003 e con l’impronta di Umberto Agnelli: deciso a portare in Fiat, manager cinquantenni e con esperienze internazionali di rilievo. Arriva alla guida del gruppo Fiat il 1 giugno 2004. Un anno di veloce crescita. Siede negli scranni principali del gruppo Fiat, nonché alla presidenza della Ferrari fino al 21 luglio 2018 quando per le sue gravi condizioni di salute dovrà “abdicare”.

 L’impatto del manager italo-canadese sulla (ex) Fabbrica italiana di automobili la cui sede, una volta era a Torino, ha decisamente mutato nel bene e nel male il volto dell’azienda che per un secolo ha segnato il destino del Paese. E il 2009 è l’anno fondante, quello del salvataggio di Chrysler dal fallimento, la trattativa con il Tesoro Usa e i sindacati americani e la benedizione da parte di Barack Obama.

Non pochi sono stati i contrasti con il mondo operaio soprattutto a seguito del suo appoggio al decreto voluto dall’ex premier Matteo Renzi, il Jobs act, che ha limitato le garanzie di stabilità per i lavoratori, ma che – secondo il manager – ha rappresentato garanzia per gli investitori e possibilità di assunzioni piu frequenti. Nel 2015 al salone di Ginevra aveva dichiarato: “Il Jobs Act era dovuto, bisognava aggiornare il sistema di regole del lavoro. Eravamo uno dei pochi paesi in Europa, forse l’unico, ad avere un sistema come quello italiano. E, al di la’ di tutto quello che si dice sul Jobs Act, credo abbia fatto molto per modernizzare il sistema di relazioni industriali nel nostro Paese”. Un gran passo avanti da quando, nel 2012, Matteo Renzi e Sergio Marchionne si scontravano sulla ingloriosa fine del progetto Fabbrica Italia.

Renzi-sindaco di lui diceva questo: “Non ho mai immaginato Marchionne come modello di sviluppo per l’economia, andava ai congressi Ds quando c’erano D’Alema e Bersani, Bertinotti ne parlava come il borghese buono. Tanti lo hanno incontrato e definito modello di sviluppo. Io ho solo detto in un’intervista a Enrico Mentana che se fossi stato un “elettore della Fiat”, cioè un cittadino che andava a votare al referendum, che aveva alcuni profili di ricatto politico che Marchionne poneva, dicendo se vinco metto 20 miliardi in Fabbrica Italia se perdo vado via, avrei votato per il sì, aggiungendo un ‘senza se e senza ma’”. Il riferimento era al piano di investimenti annunciato nel 2010 e poi ritirato da Fiat nel giro di due anni, dopo aver chiesto agli operai di Pomigliano e Mirafiori di votare sulle nuove condizioni di lavoro. Poi d’improvviso pubblico e privato si mescolano per arrivare a una grande sintonia.

Nel maggio del 2018 il manager informale annuncia di fare a meno delle utilitarie con molti lavoratori in cassa integrazione, una immagine che stride con una delle sue frasi piu celebri: “abbiamo restituito la dignità del lavoro alla gente degli stabilimenti che erano stati quasi completamente abbandonati”.

Il mito della 7 da Garrincha a Best, da Meroni a Ronaldo

Pubblico volentieri questo articolo del collega e amico Darwin Pastorin pubblicato il 17.7.2018 sul sito dell’Huffington Post.

È arrivato Cristiano Ronaldo e Torino, per la prima volta nella sua storia, davanti a un calciatore famoso, sembrava una succursale di Rio de Janeiro. Mille e più persone in attesa per le visite mediche e poi fuori dallo stadio in visibilio per la fine della conferenza-stampa. Il campione portoghese si è concesso ai tifosi, si è consumato in saluti, selfie e pollice alzato, ha promesso meraviglie e di non preoccuparsi per i suoi 33 anni perché nel cuore si sente ancora un giovane ricco di futuro e di speranza.

Ha destato una buona impressione, discreto, malgrado la lunga corte di accompagnatori, misurato nei toni, sorridente quanto bastava, pronto a finire presto le vacanze in Grecia per dare vita, sul campo, quindi con i fatti, alla sua nuova avvenuta. Vestirà, ovviamente, la maglia numero 7, che gli è stata concessa, senza turbamento alcuno, dal colombiano Cuadrado. CR7 in bianconero, e vai con nuovi orizzonti da conquistare, soprattutto la tanto agognata Champions League, e nuovi sogni da realizzare.

Già, la maglia numero 7. Una volta apparteneva all’ala destra, il giocatore, di norma, funambolico, dotato di estro e di fantasia. Uno che dribblava gli avversari e le nuvole. Come Gigi Meroni, la farfalla granata. Ogni sua azione era una poesia.

Ed era un rebelde sempre, disegnava i vestiti che avrebbe indossato, rifiutò un alloggio di lusso per una mansarda senza riscaldamento, dipingeva quadri bellissimi e, talvolta, inquietanti, si innamorò di Cristiana, la ragazza sposata che lavorava al luna park, per sfidare le convenzioni borghesi passeggiava sotto i portici antichi di Torino con una gallina al guinzaglio.

Morì, investito da un’auto, attraversando, con il compagno Fabrizio Poletti, corso Re Umberto a Torino. Se ne andarono a pochi giorni di distanza lui e Che Guevara, due rivoluzionari. Con il sette giocarono Garrincha, amato dai poeti e dai musicisti, e dagli uccellini della foresta, George Best, che fu il quinto dei Beatles, e possedeva la bellezza nel viso e nel gioco, un filosofo irrazionale, i brasiliani Jair e Cané, Franco Causio detto “Brasil’ e Claudio Sala soprannominato “Poeta del gol”, persino un Angelo faticatore, in antitesi con un ruolo voluto dagli dei: Domenghini.

Anche Domenico Marocchino fu un “sette”: con ironia, in campo e fuori. Bruno Conti, fu il folletto che fece emozionare Pelé. Oggi il football è cambiato. I numeri non spiegano più i ruoli e non raccontano più gli uomini. Ma quel 7 a Cristiano Ronaldo, capace di fiammate improvvise, di superbe rovesciate, di tunnel e serpentine, di conclusioni improvvise, ci riporta al bel tempo antico, all’epoca del romanticismo, dell’immaginazione e dell’allegria.

Sì, Bem-Vindo Cristiano. E leggi, per conoscere l’italiano, Pier Paolo Pasolini e Antonio Tabucchi (troverai, con l’autore di “Sostiene Pereira”, tanto Portogallo e tanto Pessoa). Due formidabili narratori che, guarda caso, giocavano all’ala destra, con il numero 7.

 

CR7-Juve: si può fare?

Pubblico volentieri questo articolo di Davide Crudele, 13 anni, aspirante giornalista….il suo blog si chiama Zibaldinonews….

L’affare del momento, il mercato si gioca sull’asse Torino-Madrid: l’affare Cristiano Ronaldo-Juventus.
Il calciatore portoghese vuole lasciare il Real Madrid e la Juventus vuole vincere la Champions. I voleri del calciatore e quelli della società vanno d’accordo, no?
Comunque l’affare è costoso, sia in termini di ingaggio e sia in termini di stipendio: si parla di 1.000 milioni di clausola rescissoria ai Blancos (equivalente al PIL delle Isole Salomone) e 30 milioni all’anno per 4 anni a Ronaldo.
Ma la clausola rescissoria può scendere a 100/120 milioni ed è una cifra abbastanza contenuta rispetto alla prima.
Tra stipendi ed ingaggi il costo in 4 anni dell’operazione può salire fino a 400 milioni.
La Juventus non può permettersi queste cifre, quindi sta cercando di trovare i soldi: si può vendere Higuain, per 35 milioni al Chelsea.
La Juventus non ha gli stessi ricavi commerciali di quelli del Manchester United o del Barcellona (120 milioni contro i 320 della squadra inglese).
Acquistando il calciatore portoghese, tuttavia, l’incasso bianconero tra sponsorizzazioni e merchandising ovviamente salirà, quindi l’acquisto, per una parte, si potrebbe autofinanziare.
Le t-shirt juventine, anche se riconosciute in tutto il mondo, non valgono come quelle del Real Madrid o dello United. Infatti la Juventus raccoglie solo 23 milioni dall’Adidas, mentre lo United ne incassa ben 92. Anche lo sponsor principale bianconero, Jeep, vale ben poco rispetto a Emirates, Rakuten o Chevrolet.
Calcolando tutti questi fattori (sponsor tecnico, sponsor principale…) la maglia bianconera vale meno di un terzo rispetto a una equivalente blancos o red devils.
In tutti i campi Ronaldo batte la Juve, anche nei social. Basti pensare a Instagram: il portoghese ha circa 126 milioni di followers, mentre la Juventus si ferma alla modesta cifra di 9,7 milioni. Numeri da record.
Insomma l’acquisto di Ronaldo potrebbe pesare nel breve periodo, ma nel lungo potrebbe fruttare molti milioni alla società torinese.
Anche i bookmakers credono nella cessione di Ronaldo: la SNAI, per esempio, quota a 1.36 la cessione del portoghese, mentre a 2.75 è fissata la rimanenza del calciatore a Madrid.
Ronaldo vuole solo la Juventus e Mendes ha rassicurato a Marotta dicendo che Ronaldo vuole solo trasferirsi a Torino e non da altre parti, come a Manchester, sponda United. Oppure a Parigi, al Paris Saint-Germain, che tanto è bloccato con il fair-play finanziario e dovrebbe vendere Neymar o Mbappe.
Tutti aspettano solo l’ufficialità, che dovrebbe avvenire da qui a poche ore. Ronaldo comunicherà il suo addio al Real tramite un social network.

Tutti aspettano la fumata bianca, anzi, quella bianconera.

Questo è Cristiano Malgioglio Ronaldo!

RUSSIA 2018, LA CADUTA DEGLI DEI (ANCHE NEYMAR)

Scrivo mentre è in corso di svolgimento Brasile-Messico, ottavi di finale della Coppa del Mondo. Non vorrei essere un menagramo, ma in caso di sconfitta della Selecao, anche Neymar finirebbe nella lista degli Dei caduti, che – per ora – comprende i 10 Palloni d’Oro di Cristiano Ronaldo e Leo Messi. Una caduta degli Dei rovinosa, non c’è che dire. Ma se va male anche a Neymar (che si sta toccando!), prometto che lo aggiungo come Post-Scriptum…
Forse potremmo aggiungere anche qualche big spagnolo (Sergio Ramos, odiatissimo sui social e Iniesta, al passo d’addio) oppure qualcuno dei tedeschi finiti a casa addirittura al primo turno (diciamo il portierone Neuer?), ma le vere “delusioni” sono state il 10 dell’Argentina e il CR7 in maglia portoghese.
A dire il vero, Cristiano Ronaldo la sua piccola parte l’ha fatta, segnando 4 gol (con una splendida tripletta alla Spagna), ma non risultando decisivo nè contro il piccolo Iran (anzi: sbagliando un rigore e rischiando un’espulsione), nè tanto meno contro l’Uruguay di Cavani e Suarez. Peggio di lui, comunque, ha fatto Messi. Triste, solitario y final. E sempre con l’ombra (in tribuna…) di Maradona, sua eterna pietra di paragone. Senza un mondiale vinto da solo, come fece il Pibe de Oro, Messi non sarà mai a livello del suo precedessore. E ormai il tempo scorre: difficile pensare che nel 2022, a Doha, il 35enne Messi possa essere ancora protagonista a questi livelli e trascinare una indecifrabile Argentina (ma dove l’hanno trovato quel Sampaoli?) ad una vittoria mondiale che manca dal 1986. Poche speranze anche per il 37enne Cristiano Ronaldo (nel 2022), ma con il suo fisico e la sua professionalità, potrebbe persino essere davvero dei nostri.
Nessuno dei due, protagonisti di una Epoca di calcio mondiale, vuole abdicare. Ma forse mai come stavolta, il Pallone d’Oro rischia – dopo dieci anni – di cambiare proprietario (non saranno risarciti, ahiloro, spagnoli e tedeschi, che lo avrebbero meritato nel 2010 e nel 2014, anni della loro conquista mondiale). Qualcun altro scalpita. Forse il francese Mbappè? Dipende da chi vince il mondiale.
Nella storia del calcio di tutti i tempi, il 2018 rimarrà l’anno della Caduta degli Dei. Più fragorosa per Messi, a secco di trionfi in nazionale. Più morbida quella di CR7, che in fin dei conti un campionato europeo, lui, lo ha già portato a casa, con una squadra non eccezionale.
Comunque vada, nei libri di storia del calcio, per Messi e Cristiano Ronaldo ci sarà sempre posto,.
Per gli altri, non so.

P.s. Nessuna gufata per Neymar, qualificato senza problemi.
Al massimo, una gufata se la sono data i giapponesi, eliminati dal Belgio all’ultimo minuto dopo essere stati in vantaggio 2-0.
Ma questa è un’altra storia.
Ne riparliamo più avanti.

P.s. La gufata a Neymar, alla fine, è arrivata a destinazione: Brasile eliminato dal Belgio nei quarti di finale. Un altro Dio del pallone che cade. 

Soccer Football – World Cup – Round of 16 – France vs Argentina – Kazan Arena, Kazan, Russia – June 30, 2018 Argentina’s Lionel Messi looks dejected REUTERS/Dylan Martinez TPX IMAGES OF THE DAY

La politica, i migranti, il fascismo, il censimento, Salvini e Saviano: l’Italia si spacca in due

Ormai è lotta sfida continua, come tra Guelfi e Ghibellini, una sfida all’Ok Corral in stile far west, una divisione netta, tra comunisti e fascisti, bianchi e neri, buoni e cattivi, noi e voi. Le vicende politiche (e sociali) degli ultimi tempi hanno portato alla ribalta il peggio del genere umano: e di queste nefandezze è testimone, principalmente, il mondo effimero e virtuale dei social network, che stanno – loro malgrado – dando voce e spazio, amplificandoli, agli “haters” di ogni risma, da una parte o dall’altra. 
Le parole chiave di queste settimane, in Italia, sono state (le cito a memoria): Aquarius, Salvini, migranti, fascismo, comunismo, razzismo, ancora Salvini, Saviano, accoglienza, censimento, rom. Ne ho dimenticata qualcuna? Forse, ma non importa.
Per fortuna, non ho il tempo di aggiornare ogni giorno questo mio blog, altrimenti ogni 24 ore dovrei “rinfrescarlo” di nuove dichiarazioni, di nuovo propositi, di nuovi insulti. Eh già, perchè un altra parola chiave è proprio questa: “insulti”. Quelli che gli odiatori di professione riversano addosso a chi non la pensa come loro: Salvini è forte o Salvini è un coglione, migranti si o migranti a casa loro, tu sei fascista e razzista, gli zingari prendili a casa tua, non al censimento, si all’accoglienza, togliete la scorta a Saviano e via discorrendo. Il tutto, purtroppo, con un linguaggio molto più scurrile e un clima molto più intimidatorio.
Purtroppo, come vedete in una foto qui sul mio blog, spesso anche gli stessi protagonisti ci mettono del loro per scadere di livello….
Chi mi segue sa come la penso io, ma – senza scomodare Rousseau e il suo celebre motto – penso sia arrivato il momento di darci un taglio, di darci tutti una calmata. Io stesso, l’altro giorno, sono stato bonariamente ripreso dal mio capo-redattore, ma non per non aver svolto bene il mio lavoro (ho commentato in diretta per Euronews l’arrivo della nave Aquarius a Valencia, cercando di mantenere un tono il più sobrio e neutro possibile), quanto per il fatto di essermi lasciato andare ad alcune considerazioni eccessive e fuori luogo sul tema-migranti sulla mia bacheca di Facebook, che – però – in quanto pubblica, è visibile a tutti, anche a chi mi ha ha udito commentare un evento così delicato e poi va a vedere sul mio profilo e pensa che sono un giornalista fascista (cosa non vera!), danneggiando di conseguenza anche l’immagine e la credibilità della testata per la quale lavoro. Ho, dunque, deciso di ridurre al massimo le mie esternazioni di natura politica, al massimo condendole di satira e umorismo, come vedrete in uno dei fotomontaggi che corredano questo articolo.
Ricordatevi che è fare i “leoni da tastiera” (altra frase molto gettonata) insultando i ministri e i politici a più non posso, nascosti dietro uno schermo di computer, ma poi si corre il rischio di togliersi il cappello appena li vediamo di persona e vorremmo loro chiedere, che so, una raccomandazione.
Un po’ di coerenza, suvvia.

 

“MA DORME?”

La domanda più ricorrente di questi primi giorni da “giovane papà” (si fa per dire) che mi sento porre un po’ da tutti è la seguente: “Ma dorme?”
Il riferimento, ovviamente, è alla vita notturna di Santiago Tassinari, figlio primogenito del sottoscritto.
Beh, che devo rispondere? Rispondo così: “Dorme molto di giorno e poco di notte“. Ed è la verità.

Io e mia moglie – che svolge, naturalmente, il compito più impegnativo – ce la stiamo mettendo tutta e dopo un paio di notti tremebonde (non la prima, piuttosto la seconda!), abbiamo trovato alcune tecniche piuttosto utili per farlo addormentare. A cominciare dall’andare a dormire presto, subito dopo la puntata imperdibile di “Un posto al sole”. Così, dopo una poppata e una fiction, il pupo dorme almeno fino a mezzanotte. Poi, per non disturbare troppo i vicini (peccato, abbiamo di che vendicarci!), a mezzanotte arriva un’altra poppata e un’altra ronfatina, necessariamente nel lettone di mamma e papà, con papà fatto – però – sloggiare in cameretta perchè…russa!

Del resto, nel 99,9% dei casi in cui Santiago e – credo – ogni bimbo di meno di un mese di vita piange, significa che ha fame, e allora è sempre mia moglie che si occupa del rancio, ad intervalli più o meno regolari, inframmezzati da qualche mezz’oretta di sonno qua è là, per arrivare fino alle 6 o alle 7 di mattina, cioè al momento della colazione, nostra e del Tasso junior.
E’ normale, dai“, dicono tutti, anche quelli che non hanno mai fatto nemmeno gli zii. “Poi sarà anche peggio…vedrai quando ti chiederà il motorino...”.
Per fortuna c’è ancora tempo.
Per adesso ci godiamo Santiago così com’è, bello e “ciangolino”. 

IL SALONE (DEL LIBRO) CHE NON VUOLE MORIRE

di Juri Bossuto
“Lo Spiffero”

La trentunesima edizione del Salone del Libro di Torino ha chiuso i battenti portando a casa anche quest’anno un successo da record. I visitatori hanno superato l’importante numero raggiunto nel 2017 (143.815 ingressi) e folta è stata anche la platea degli editori presenti al Lingotto: massiccio presidio editoriale che ha obbligato gli organizzatori a creare un padiglione apposito (il numero 4) al posto del previsto ristorante riservato a vip e giornalisti. Un trionfo annunciato anche dall’entusiasmo del pubblico che ha assistito, mercoledì scorso presso le Ogr, al recital di Gifuni, “Con il vostro irridente silenzio” (in cui protagoniste sono le lettere di Aldo Moro scritte durante la sua prigionia).

La manifestazione libraria torinese ad ogni nuova edizione sembra voler ribadire la ferma volontà di non voler morire, dimostrando al contempo non solamente una grande capacità di ripresa, ma anche il giustificato orgoglio derivante dall’essere stata la prima nel suo genere in Italia.

A riprova, sabato scorso gli organizzatori si sono addirittura trovati nella necessità di chiudere i cancelli della fiera per un’ora, a fronte della grande massa di visitatori che giungeva al Lingotto: pubblico tanto determinato nel voler accedere ai padiglioni espositivi da affrontare una pioggia battente, grandine inclusa, e pazientare oltre ogni limite affrontando le lunghe code di attesa presso i punti di controllo personale, gestiti dalla sicurezza privata e dalle forze dell’ordine. La manifestazione “Salone Off” ha confermato anch’essa il bilancio positivo di quest’anno con oltre 26.000 visitatori.

Evidentemente il Salone è una manifestazione che è stata nel tempo capace di creare un vero e proprio legame d’affetto con i suoi visitatori. Un pubblico decisamente eterogeneo e dall’età davvero variabile che richiama all’immagine di una fiera rivolta a tutti: dalle famiglie con bambini al seguito,agli studenti delle scuole superiori; dagli operatori del settoreagli appassionati divoratori di libri. Visitatori determinati, e dallo zaino in spalla, provenienti da tutte le provincie italiane nonché dall’estero.

Trascorrere una giornata al Lingotto, tra gli stand librari, significa entrare in una sorta di universo parallelo dove diventa possibile vedere inaspettatamente realizzarsi piccoli e grandi sogni culturali. Improvvisamente ci si può infatti imbattere nell’autore preferito, il cosiddetto “mito”, mentre questi cammina spedito per raggiungere la sala in cui una folla interessata lo attende per ascoltarlo; oppure, transitando tra un padiglione e l’altrocon passo cadenzato ma pronti a cogliere ogni occasione che il Salone offre, è possibile assistere all’intervista del proprio musicista del cuore, colui che ci ha accompagnati nei momenti più belli.

Vagare per il Lingotto sovente si trasforma in un viaggio metafisico verso siti raggiungibili esclusivamente affidandosi al caso. Un cammino senza meta alcuna che, ad esempio, in poche ore può permettere al cultore della flanerie di sorprendersi nell’ascoltare qualche brano eseguito da Alberto Fortis; di imbattersi pochi minuti dopo in Dori Ghezzi mentre ricorda il grande De Andrè; di riprendere il cammino e farsi dedicare una tavola fumettistica dalla bravissima disegnatrice, del periodico Topolino, Silvia Ziche; di abbracciare per un selfie Roberto Saviano; di fare un cenno di saluto alla Sindaca Appendino, per poi lasciarsi rapire dalle note di un pianoforte ostaggio del grande jazzista Danilo Rea. Un percorso pieno di piacevoli insidie e spesso intrapreso con l’intenzione di portarsi da un dibattito letterario all’altro.

Il ciclopico contenitore onirico ha quindi dato appuntamento ai suoi fans per l’anno prossimo (dal 9 al 13 maggio). Nel frattempo, da questa rubrica possiamo auspicare che la grande organizzazione della kermesse subalpina non ci lasci più con il fiato sospeso, ossia che nel 2019 si smetta di gettare i torinesi nell’oramai tradizionale dubbio amletico che sorge sempre alla vigilia dell’inaugurazione del Salone stesso: “Si farà quest’anno o vincerà Milano portandocelo via per sempre?”.

In un’ottica di stabilizzazione indiscussa del primato fieristico librario torinese, sarebbe altrettanto gradito ci si potesse confrontare sui temi legati intimamente al Salone del futuro. Prioritario è certamente dare una collocazione stabile a coloro che lavorano, ed hanno lavorato in passato, al delicato confezionamento della fiera: dopo le vicende burrascose che hanno investito la Fondazione, di fatto affondandola, per i dipendenti si è aperta una strada difficile quanto irta di pericoli che nessuno vorrebbe vedere terminare con gli usuali sacrifici umani. L’edizione 2018 è un progetto della Fondazione realizzato grazie all’organizzazione del Circolo dei Lettori e della Fondazione per la Cultura Torino, con relativa delocalizzazione precaria dei dipendenti di via Santa Teresa (sede storica dell’epoca Picchioni).

Durante la conferenza stampa di fine evento, il direttore Nicola Lagioia ha comunque annunciato l’impegno per consolidare i lavoratori stessi, così come una soluzione che permetta di accogliere un maggior numero di espositori (anche se “soddisfare tutti è geometricamente impossibile”), anche a costo di togliere al Consiglio regionale piemontese il suo spazio istituzionale (come dichiara l’assessore Antonella Parigi).

Infine, cercando piccole pecche nell’edizione 2018, è augurabile che in futuro gli ospiti del Salone, editori o stand regionali, evitino di utilizzare i temi revisionistici (in chiave antiunitaria) per richiamare l’attenzione del pubblico ed i relativi incassi: un’operazione commerciale affidata ad autori politicizzati, privi di etica scientifica e scarsamente dotati di capacità analitica storica (vedi ad esempio la bella mostra in cui è collocato ogni anno il volumetto “Piemontesi bastardi” di Luciano Cini).

Argomenti che sembrano voler puntare alla costruzione di una irreversibile rivalità tra Regioni del Nord e del Sud Italia, distruggendo i protagonisti del Risorgimento (personaggi come Garibaldi o la capitale sabauda) anziché favorire il sano confronto storico dando spazio a tesi, anche contrapposte, supportate dalle ricerche e dalla serietà dei diversi propugnatori. Una speranza di ritrovata lucidità che temo si riveli vana alla luce del nuovo governo in formazione, e che dovrà invece fare i conti con l’ennesima pericolosa avanzata della cultura “dell’insorgenza” regionale: cultura tendente a dividere ulteriormente questo malconcio Paese. In controtendenza a tale fenomeno di stampo nazionalista vale la pena citare, ad esempio, l’interessantissimo appuntamento librario indipendente svoltosi negli stessi giorni presso le palazzine ex Moi, dal titolo “Librincontro”: manifestazione all’insegna dell’internazionalismo, dell’inclusione e dell’inchiesta politico-sociale.

Il Salone si conferma comunque quale un immenso contenitore di Cultura: possente ed inimitabile. Questa premessa è alla base della sua costante, quanto tenace, voglia di rinascere proponendosi sede indiscussa del confronto di idee e progetti, luogo che si rivolge costantemente ad adulti ed a giovanissimi (riducendo in tal modo l’azione negativa di ciarlatani commercianti senza scrupoli).

In tale ottica l’obiettivo politico deve essere quello di rendere la fiera libraria un’occasione sempre aperta a tutti: soprattutto a quei ragazzi oggi relegati in ghetti urbani ed extraurbani, in strade intrise di miti consumistici mescolati ad un continuo isolamento da quel mondo, della letteratura e dell’arte espressiva, spesso visto come un ambito snob  per cui infrequentabile.

Libertà di scrivere. Libertà di essere pubblicati e letti dal pubblico. Libertà di espressione nel nome dei principi sanciti dalla Carta costituzionale. Libertà di confronto dialettico. Libertà di patrocinare le tesi e le loro antitesi. Proteggiamo tutti insieme, nel nome della Libertà, Torino ed il suo magnifico Salone e sosteniamolo nella sua continua crescita.

Arrivederci all’edizione trentaduesima del 2019.

L’amore…per i libri.