Ciao, Gianfranco!

Qualche giorno fa è mancato Gianfranco D’Angelo. Oltre ad averlo conosciuto – come tutti – in televisione, soprattutto nel mitico programma “Drive In”, insieme a Ezio Greggio, personalmente ho avuto il piacere di intervistarlo nella mia trasmissione “Gentecheparla”, in onda su Quartarete Tv di Torino. La foto che pubblico si riferisce proprio a quel giorno: era il maggio 2009. Insieme a me e a Gianfranco, in studio, anche l’attrice Ivana Monti. Ricordo che, mentre la Monti faceva molto la star, con la richiesta di pagamento del taxi, D’Angelo in realtà fu molto più alla mano, simpatico come te lo aspetti che sia (e che molto spesso, con i comici, non accade: vedi Paolo Villaggio).
Gianfranco D’Angelo lo rivedo spesso in vecchi film anni ’70 e l’ho visto diverse volte a teatro, anche nel suo ultimo spettacolo “Sul Lago Dorato”, in cui fu bravissimo. Insieme all’amica e regista Erica Maria Del Zotto, lo vidi al Teatro Gioiello di Torino, proprio il sabato prima della chiusura di tutto causa Covid.
Almeno sono riuscito a salutare (e applaudire) Gianfranco D’Angelo per l’ultima volta. Mi ha fatto tanto ridere. Una cosa mica da poco. 

L’Italia s’è desta! Almeno nello sport…

Mai così tante medaglie alle Olimpiadi!
Tokyo ci regala il record di ori, argenti e bronzi, 40 medaglie!
Come ci ispira l’inno di Mameli, forse “l’Italia s’è desta”. Almeno nello sport. E, in particolare, nella regina degli sport: l’atletica leggere.
Vittorie attese per cinque anni (Gian Marco Tamberi), vittorie impossibili (Marcell Jacobs: chi l’avrebbe mai detto?), vittorie di marcia (Massimo Stano e Antonella Palmisano) e di vittorie in staffetta (Grande Filippo Tortu nella frazione finale!)

Mai così in alto la nostra atletica, nemmeno ai tempi di Pietro Mennea, Gabriella Dorio e Sara Simeoni…
Speriamo che la “politica sportiva” non si prenda meriti che non ha (i meriti sono degli atleti e dei sacrifici che fanno) e non rovini lo sport dilettantistico, lo sport di base, lo sport di tutti.
Le medaglie nascono da lì.

Team Italy celebrates after winning the men’s 4×100-meter relay final at the 2020 Summer Olympics, Friday, Aug. 6, 2021, in Tokyo. (AP Photo/Petr David Josek)

A quanto pare, va bene così. Ma a me no…

Non ho mai avuto particolare stima per chi indossa una divisa, troppo spesso viene usata solo come “potere personale”. Trovo, però, che il livello post-pandemia delle forze dell’ordine sia sceso a livelli infimissimi, credo dovuti ad ordini superiori.
L’altro giorno, alla stazione dei treni di Cervia, sono stato fermato dal solito zelante appuntato dei caramba, che mi ha scoperto in flagranza di reato: stavo guardando gli orari dei treni, dentro la stazione, senza la mascherina, che mi ero tolto per vedere meglio gli orari con gli occhiali, senza quel caxxo di appannamento a cui ci costringe la mutanda in faccia. Me lo fa notare con tono da Walker Texas Ranger (senza esserlo) e gli rispondo un po’ sgarbatamente, lo ammetto. Il caramba ringhia e mi chiede: “Dogumendi”. Faccio il bravo cittadino, esibisco la carta d’identità, il caramba dimostra di saper almeno leggere perché dice “Ah, abita a Torino. E che ci fa a Cervia?”. “Le ferie, guarda un pò”, gli rispondo.
Il salvatore della patria mi lascia finalmente andare, senza arrestarmi, e mi dispensa consigli non richiesti su come non far appannare gli occhiali con la mutanda in faccia.
Nel frattempo, la stazione ferroviaria di Cervia è piena di facce sospette con bustina nel taschino (si vede lontano un miglio che sono li per spacciare), gente che non credo che abbia nè il green pass nè tantomeno il permesso di soggiorno e – sdraiato sul bancone (non per terra, ma sul bancone) della biglietteria (chiusa) della stazione – c’è un barbone che dorme beato come un angioletto, ma non mi pare avesse addosso la mascherina….
Sarà andato a chiedere i “dogumendi” anche a loro, il nostro sagace 007 della Benemerita?
Non credo proprio.
Ma, a quanto pare, va bene cosi.
O no?

“Antologia dei 10” del Milan: inizia così il mio capitolo su “Dustin” Antonelli

Era la prima partita che vedevo dal vivo.
Anzi, no. La seconda.
La prima, però, non vale tanto. Avevo solo otto anni. Ricordo Gianni Rivera battere un calcio d’angolo a ridosso della curva strapiena (che più piena non si poteva) della Spal, in un’afosa sera di settembre del 1978, per una partita di Coppa Italia che il Milan perse incredibilmente 3-1.
L’anno della Stella, comunque.
Stavolta, è la seconda volta quella che conta di più.
12 aprile 1980.
Avevo dieci anni.
Spal-Milan di campionato, la serie B maledetta.
Fu quella volta che mi innamorai di Roberto Antonelli, per tutti semplicemente “Dustin”.