Vinitaly, quando il made in Italy si fa i complimenti da solo

Sono reduce da tre giorni – piuttosto sobri, anche se non astemi – di Vinitaly, la grande fiera internazionale del vino italiano, che da 52 anni di svolge alla Fiera di Verona. Un appuntamento a cui bisogna assolutamente partecipare, come dicono le migliaia di produttori di tutt’Italia presenti negli enormi stand di ciascuna regione italiana.
A parte grosse pecche nell’organizzazione (il traffico impazzito è davvero così impossibile da prevedere e da dirottare in percorsi alternativi? Perchè nel 2018 bisogna ancora stampare gli accrediti a carta, quando basterebbe qualche lettore ottico funzionante in piu’?) che sembrano proprio non risolvibili, il Vinitaly è ancora e sempre un evento capace di calamitare un numero imprecisato ma spropositato (le cifre ufficiali non ci sono ancora) di “wine lovers” e un buon numero di addetti ai lavori e buyer (compratori), soprattutto dall’estero e dai mercati emergenti (la Cina è l’Eldorado, la Scandinavia una frontiera in costante crescita).
Quindi, lunga vita al Vinitaly. 
Per chi non è giornalista o espositore, il prezzo del biglietto è mostruoso: è salito quest’anno a 80 euro (l’anno scorso erano 60).
Ma come? Avete presente spendere tutti gli 80 euro di renziana memoria in una affollatissima domenica di aprile, non all’aperto nei vigneti, ma dentro ai capannoni di una Fiera?
Ebbene sì. Anche perchè con 80 euro e il vostro pass, potete poi bere tutto quello che volete, è vero, mischiando in un colpo solo una Barbera del Piemonte ad un Vermentino di Gallura, un Lambrusco di Parma a un Montepulciano d’Abruzzo e chissà cos’altro, perdendo un po’ la testa e un po’ la bussola. E pure la strada di casa. E’ vero che, se chiedete ad un bagarino fuori dalla Fiera (piu’ numerosi che al San Paolo di Napoli!), magari si riesce ad entrare con 50-60 euri. Comunque tanti: ma l’intento degli organizzatori è proprio questo, vale a dire ridurre gli “wine lovers” (e qualcuno alza un po’ il gomito) e aumentare gli “wine business men“, quelli che – novelli Re Mida – trasformano il vino in oro colato e colante. E ce ne sono, per fortuna.
A sentire i produttori, le cantine sociali e i consorzi dei produttori, il made in Italy del vino va fortissimo: e meno male che abbiamo l’enogastronomia, nel nostro Belpaese! Pero’, quando sento una donna manager italiana – Erika Ribaldi, della Marchesi de’ Frescobaldi – che da tredici anni lavora sul mercato asiatico, dire giustamente: “Perchè mai i cinesi dovrebbero comprare il nostro vino e capire la differenza tra un Barolo e un Chianti, quando noi non compreremmo mai del loro vino e non conosciamo la differenza tra i loro vini”, capisco che c’è ancora molto da fare. Anche per uscire dal nostro provincialismo del made in Italy che si fa i complimenti da solo.
Poi, per fortuna, il brand-Italia tira sempre fortissimo ed è sacrosanto puntare sui mercati stranieri, con aziende che esportano ormai il 70 e passa per cento dei loro milioni di bottiglie prodotte, riservando le briciole e le gocce al mercato italiano, sempre piu’ in difficoltà. Poi magari trovi l’eccellente Moscato d’Asti a Shanghai, ma non in un ristorante del centro di Asti….
Paradossi del mondo (e del vino) globalizzato. 
E se è vero che la qualità premia sempre, il vino italiano – di qualità (e controllo di sicurezza) lo è sicuramente – sa di essere tra i migliori al mondo, ma senza la presunzione di essere il migliore. Perchè la concorrenza cresce e il buon vino ormai lo trovi anche in Cile, in Nuova Zelanda, un po’ ovunque.
Perchè ci sarà pure un motivo se Peppino di Capri canta “Champagne” e non “Spumante” e se per festeggiare la vincita all’Enalotto da 130 milioni di euro, il fortunato vincitore stapperà una bottiglia di champagne e non di spumante….
Un motivo ci sarà. Il vino bisogna anche saperlo vendere.
E lo spumante – meglio se dolce – io lo trovo molto piu’ buono. Lo champagne, al massimo, per un risottino al vino bianco.
I gusti personali sono una cosa, ma il mercato globale è tutta un’altra cosa.

Intervista al Vinitaly 2018 per Canale Italia.

Grande Fratello: ma era proprio necessario?

di Luca Colantoni (lucacolantoni.wordpress.com)

Signore, signori e popolo di instancabili voyeur di tutta Italia e dintorni, in carrozza. Onestamente, a poco tempo dalle polemiche e dalle schifezze mediatiche varie ed eventuali andate in scena nell’edizione Vip non ne sentivamo la mancanza, ma purtroppo riaprono le porte di un nuovo Grande Fratello. La casa che tutti odiano e dove tutti però vorrebbero stare, la casa dove guardare anche mentre uno si fa la doccia è lecito, la casa dove alloggiano e bivaccano vecchie glorie semi-dimenticate della tv ed emeriti sconosciuti che credono di essere arrivati e la casa dove, da anni, nascono nuovi “talenti” (ad esclusione di qualche sporadico caso di talento vero) di ogni tipo, nuovi attori, nuovi giornalisti, nuovi conduttori, nuovi cantanti. Tutti senza un minimo di gavetta alle spalle e tutti, rigorosamente, in nome dell’apparire sempre e dovunque, dell’ascolto a tutti i costi e, ovviamente, alla faccia di chi ha studiato e gettato lacrime sudore e sangue per intraprendere una delle carriere sopra citate.

Questa che sta per iniziare si autodefinisce “Edizione NIP”. Se esiste quella Vip dove l’acronimo sta per “Very Important Person”, viene da se che questa è considerata una “No Important Person”. Ma a dire il vero, in pochi ne capiranno la differenza visto che, fortunatamente, i Vip veri, quelli che non hanno bisogno della visibilità, disertano certi teatrini.

Tornando alla famosa casa e ai suoi inquilini. Cosa cercano, cosa vogliono? Presto detto anche questo: una ribalta improvvisa, le attenzioni mediatiche di qualcuno, il lauto compenso che hanno pattuito agenti e manager. Altri, i più giovani, magari alla ricerca del “posto fisso” in una tv nazionale? Nel corso degli anni di programmazione, la dimostrazione è stata palese: ma quale gavette varie, meglio il GF e un probabile futuro tra lustrini e paillettes o, nella peggiore delle ipotesi, inviati e inviate per qualche programma di approfondimento o opinionisti (opinionisti???) in qualche talk show. Tutte cose, queste, molto, ma molto più interessanti piuttosto che una sedia, una scrivania e uno stipendio, poco, ma fisso. Tutto con buona pace dei migliaia di disoccupati in tutta Italia che lottano per arrivare a fine mese.

Che cosa stucchevole, bisogna avere il coraggio di dirlo: ormai il Grande Fratello (“Vip” o non Vip) ha fatto il suo tempo, idem per l’Isola dei Famosi (che altro non è che un Grande Fratello Vip sopra un’isola) dopo le centinaia di polemiche scaturite, tra canne, bestemmie, litigi poco edificanti, sesso come niente fosse in prima serata, tette e culi al vento, non mancava proprio a nessuno e forse non era proprio il caso di riproporlo e la cosa che più lascia l’amaro in bocca è che tutti lo criticano (in fondo ne stiamo parlando anche in questo post), ma tutti lo vedranno, dando ragione a chi lo produce, conduce e lo fa.

E’ pure vero che ormai i provini per partecipare al Grande Fratello somigliano molto di più a un ufficio di collocamento e molti disoccupati si presentano con la speranza di essere presi in considerazione. Qualche tempo fa gli autori, che la sanno lunga, scomodarono addirittura il termine di “Primarie”, preso in prestito dalla politica, ma è ovvio che non può funzionare così in un Paese che si ritiene civile e all’avanguardia nonostante la crisi di questi anni. Ovvio che anche televisivamente non può andare avanti così a lungo e sperare nel “Dio Sponsor”. Ci sarà bisogno, prima o poi di qualità. e pensate che in Italia ci sono fior di autori giovani che inventano format e programmi tutti i giorni (autori che senza le giuste conoscenze restano a casa ovviamente), fate fare a loro, nuovi programmi, idee nuove e innovative piuttosto che accendere la tv e rivedere, di nuovo, sempre le stesse cose nonostante le premesse e le interviste di rito di presentazione del programma.

Sarà l’ennesimo festival della nazionalopolarità fatto di bellocci in bella vista, bruttini presi in giro, sfoghi e piantarelli nel confessionale, trombatine fugaci sotto improbabili “capanne” fatte con le coperte, gente che non azzecca un congiuntivo, ma prontissima a mettersi in mostra modello “gallo nel pollaio”, muscoli con o senza cervello, scene isteriche, egocentrici incalliti, finti simpatici, oche giulive che sganciano urletti da quindicenni, gli immancabili piacioni ai quali le donne non possono dire di no e le varie code durante i daytime della trasmissione di Barbara D’Urso (anche qui, servirebbe però un post a parte vista l’onnipresenza della signora in questione che probabilmente condurrà il daytime di se stessa).

Ah, dimenticavo. Una volta usciti dalla Casa questi emeriti sconosciuti pretenderano un bel gettone di presenza per ogni ingresso in qualsiasi locale d’Italia e soprattutto la patente di “VIP”. E questa patente è stata sesso affibiata ad emeriti sconosciuti che fanno fatica ad essere riconosciuti anche dal barista sotto casa loro e quasti hanno anche un agente che li rappresenta. Ma ormai le abbiamo viste tutte, compresa la nascita dell’ esperta di tendenze o del’influencer. Mestieri che non esistono, ma tanto basta per far parlare l’opinione pubblica. Far parlare bene o male del programma, purché se ne parli e si arrivi al “calcio d’inizio” con una audience fatta sia di aficionados (purtroppo) che di detrattori che lo vedranno per criticarlo. Che fatica. In questo modo non se ne esce da questa spazzatura televisiva.

Certo però, che la riflessione finale è amara, anzi, amarissima: se solo una quindicina (poco più) di anni fa tutti i precari d’Italia avessero saputo che non serviva per niente studiare, laurearsi, cercare un lavoro per aumentare il proprio curriculum professionale a suon di esperienze, lacrime e sudore, ma bastava soltanto andare in tv a ballare in mutande dentro una casa davanti a mezza Italia, tutti noi ci saremmo (chi più e chi meno) adeguati…

Questa incredibile meta’ settimana di Coppa…

Siamo tutti reduci da un incredibile metà settimana di Coppa. Non solo il mercoledi della Juve, ma anche il martedi della Roma.
Non mi vergogno a dire che – per queste partite – sono tornato all’antico: niente tv, solo radio, soltanto radiocronaca, niente telecronaca. Sia all’andata che al ritorno. E non mi vergogno neppure ad ammettere che, dopo i risultati della gara d’andata, avevo già dato per spacciate sia la Roma che la Juve.
E invece…e invece la meraviglia della Coppa con le partite di andata e ritorno resta intatta (altro che la fase a gironi…).
E cosi la Roma ha realizzato una clamorosa “Romontada” (neologismo bellissimo, coniato dal sito Tuttosport e copiato dalla prima pagina de L’Equipe) ai danni del Barcellona, facendo piccolo piccolo il povero Leo Messi.
E cosi la Juve stava per realizzare una impresa ancora piu grande (vincere 3-0 al Santiago Bernabeu a un minuto dalla fine é già una grande impresa), ma un rigore dubbio e fatale – c’era o non c’era? – ha vanificato il sogno della semifinale, ma non ha cancellato la meravigliosa prestazione del condottiero Buffon e dei suoi compagni, che sono usciti a testa alta dal campo ed entrati direttamente nell’almanacco della storia del calcio.

Il resto è mancia: i rigori si ricevono e si subiscono (tra Italia e Europa, per la Vecchia Signora, le cose cambiano e pure parecchio…), ma é inutile gridare al complotto: a parti invertite cosa avremmo fatto? Avremmo sfruttato il rigore e ci saremmo qualificati, con il sorriso sulle labbra per lo scampato pericolo, come ha fatto Zidane ieri sera. Percio’…
Percio’ godiamoci – comunque sia andata – questa incredibile metà settimana di Coppa. Augurandocene tanti altri ancora.
Per quanto mi riguarda, con il suono della radio, fedele compagna di pomeriggi e notti di pallone. 

Gli juventini assediano l’arbitro inglese Michael Oliver dopo l’assegnazione del rigore al Real Madrid. 

I cross al bacio di Raymond Colin Wilkins

di Giuseppe Rasolo

Il segno dei tempi che passa quando un idolo della tua gioventù, quello per cui tifavi ai tempi dell’università milanese e che ti portava a San Siro a godere delle sue giocate come Razor Wilkins trapassa, è inevitabile. E allora andiamo di coccodrillo. Le frontiere erano riaperte da poco tempo , dopo il poco brillante esordio di Joe Jordan e la meteora Luther Blisset, ecco la coppia inglese che precedette il Milan degli olandesi Raymond Colin Wilkins e Mark Hateley, un doppio indovinato in grado di aumentare l’autostima dei tifosi del Milan. La capocciata di Hateley fu il preludio a un periodo di successo, l’avvento di Berlusconi la consacrazione, il suo stile pacato pulito in grado di aprire le difese avversarie. Era un Milan da Coppa Uefa ancora non in grado di scalfire lo strapotere del Napoli di Maradona e della Juve di Platini, ma ci fece fare quel salto di categoria quanto mai indispensabile e malta per i successivi traguardi raggiunti dopo. Un quinto posto e una finale di Coppa persa contro la Sampdoria di Souness l’epilogo di quella stagione, ma i cross di Raymond Colin erano una spettacolo, allora ci divertivamo con poco.

 

Quel Milan: Rossi, Hateley, Virdis, Wilkins.

Il “celebrismo”, innanzitutto. Poi, la vita vera.

La morte improvvisa di Fabrizio Frizzi, ad appena 60 anni, ha mandato in tilt milioni di italiani. Anzi, per meglio dire: milioni di telespettatori italiani.
Lungi da me l’idea di criticare il popolare conduttore, uno dei personaggi più amabili e meno “divi” del mondo della tv, definito da tutti “una bravissima persona”. Non lo metto in dubbio, anche se non ho avuto il piacere di conoscerlo. Mi ha colpito, tuttavia, il sentimento popolare di affetto nei confronti di un personaggio famoso, che entrava sì tutti giorni nel nostro tinello di casa e nelle nostre famiglie, ma che – per l’appunto – non faceva parte della nostra famiglia, nè della nostra vera vita. A meno che la tv non sia la nostra vera vita.
Sui social network ho letto commenti commoventi, come ad esempio: “Sto piangendo da giorni interi, come se tu facessi prte della nostra famiglia“.
Ecco, il punto. Si piange disperatamente per Fabrizio Frizzi – mai conosciuto di persona, se non dall’altra parte del tubo catodico – e magari non si va mai a trovare i genitori nella casa di riposo e la nonna al cimitero.
Quando, su Facebook, mi sono azzardato a fare questo parallelo, sono stato subissato di critiche. Guai a toccare Frizzi. Ma io non ce l’ho con lui, pace all’anima sua. Ce l’ho con questo “celebrismo” imperante che permette qualunque cosa ai personaggi famosi, soprattutto da vivi. Solo perchè sono famosi. E che, da morti, li rende “bravissime persone” ed immortali. Poi, nel caso di Frizzi, sono pure parole spese bene. Tanto meglio. Anche se non c’era bisogno di arrivare alla “beatificazione” come si è fatto. Credo che sarebbe stato lo stesso Frizzi a riderci sopra, su questo, con la sua inconfondibile risata.
Sono convinto che, per fortuna, nemmeno di fronte al “celebrismo” tutti siamo uguali. Facciamo un esempio? In caso di morte – speriamo il più lontano possibile – di Flavio Insinna, Paolo Bonolis o Teo Mammuccari – insigni colleghi di Frizzi – l’ondata emotiva non sarà la stessa. Scommettiamo che…? E questo dimostra che Fabrizio, qualcosa di suo, di simpatico e di umano, ce lo ha messo. Eccome.
Per ricordare un “pianto nazionale” di questo calibro bisogna tornare alla morte di Marco Simoncelli, nel 2011, sul circuito di Sepang, in Malesia. Tutti si ricordano dove si trovavano – quella domenica di ottobre – quando ricevettero la terribile notizia. La morte di Simoncelli fu, se cosÌ si può dire, più eroica: su una pista, in sella ad una moto, con i capelli al vento sotto il casco, da giovane, nel fiore degli anni.
E quando accadrà ancora, il “pianto nazionale”? Forse per un’icona altrettanto nazional-popolare come Gianni Morandi, anche in questo caso, il più tardi possibile.
In fin dei conti, abbiamo tutti bisogno di eroi.
Il “celebrismo”, innanzitutto. Perchè della gente famosa vogliano sapere tutto: vita, morte e miracoli. E nel pacchetto, come leggete, c’è anche la morte.
E pazienza se non andiamo mai a trovare la nonna al cimitero: magari non era nemmeno la nonna più simpatica del mondo. Forse, al suo posto, avremmo voluto avere un altro familiare, l’avremmo sostituita volentieri, la nonna. Magari con uno zio, uno zio bonario, proprio come Fabrizio Frizzi.
Bonario e, naturalmente, famoso.

Camera e Senato, ok. Ma noi, intanto, aspettiamo un governo.

Sono passate ormai tre settimane dalle elezioni italiane del 4 marzo. Finite cosi, giusto per ricordarlo: vittoria del Movimento Cinque Stelle, il centro-destra è la coalizione più votata, la Lega meglio di Forza Italia, crollo del Partito Democratico. Tutto abbastanza prevedibile. E allora, se questo risultato era pure piuttosto prevedibile, perchè nessuna delle forze in campo ha pensato di provare ad accordarsi prima?
Un primo significativo accordo è arrivato con l’elezione dei Presidenti: alla Camera, il grillino Roberto Fico. Al Senato, la forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Un primo accordo tra Cinque Stelle e centro-destra. Entrambi gli schieramenti, però, ci tengono a chiarire: è un accordo solo per le camere, nessun accordo ancora in vista per governo e premier.
Forse è solo una questione di tempo.
Ma noi, intanto, aspettiamo un governo.
Forse, a voler essere sinceri e scrupolosi, l’unica variabile del risultato, quella che era meno prevedibile alla vigilia, è stato il sorpasso di Salvini a Berlusconi. Per cui, forse lo stesso Di Maio non aveva messo in conto la possibilità di sedersi attorno ad un tavolo e discutere di un possibile governo insieme a Salvini. Anche perchè, lo sapete benissimo, i Cinque Stelle hanno sempre detto: “Nessun accordo”. Però, per fare il governo, l’accordo – numericamente – serve. E lo stesso Salvini, pur sbandierandolo a destra e pure a sinistra, non era sicurissimo di mettere davvero la freccia a Berlusconi. E cosi, nessun accordo – nè sotto, nè sopra il banco – è stato siglato in via preventiva. Ecco perchè, ora, si perde tempo in incontri, summit, riunioni e caffè diplomatici che non sembrano nemmeno tanto vicini a sfociare in un “tentativo esplorativo” assegnato dal Presidente Mattarella. Ma, prima o poi, dovrà pur accadere.
Ma noi, intanto, aspettiamo un governo.
Tutt’altro che sicuri di un’alleanza Cinque Stelle-Lega e tutt’altro certi che, se anche dovesse concretizzarsi, possa realmente funzionare (vediamo se funzionerà almeno per le camere), per la formazione di un governo ci sarebbe una seconda alternativa, anche se piuttosto spinosa e tortuosa da percorrere: l’entrata del PD in una coalizione di governo. Certo, dopo le dimissioni (vere o presunte?) di Renzi, il Partito Democratico appare allo sbando, senza una guida capace di calmare le ventosissime correnti interne e non pare proprio essere in grado di sorreggere un esecutivo in maniera concreta. Poi, dopo averli tanto denigrati in campagna elettorale, come farebbero i grillini a mettersi con i piddini? E poi, diciamo che promuovere al governo la forza politica più strabattuta di queste elezioni, sarebbe politicamente, sportivamente e pure democraticamente inspiegabile. E ancor più altamente improbabile dopo le elezioni di Fico e Casellati.
Ma noi, intanto, aspettiamo un governo.
Certo che in Germania, per fare un governo, hanno dovuto attendere cinque mesi dalle elezioni del 24 settembre, vinte (ma non stravinte) per la quarta volta di fila da Angela Merkel: che, tuttavia, ha dovuto attendere il siluramento di Martin Schulz per fare una nuova Grosse Koalition con l’SPD. Cinque mesi di attesa: un’eternità anche per noi italiani, figuriamoci per i tedeschi, che da questa vicenda ne escono decisamente  con un brutta figura.
Ma noi, intanto, aspettiamo un governo. Ci sono tante cose da “aggiustare”, in Italia.
E non abbiamo la pazienza dei crucchi.
Forse fanno prima in Russia: elezioni fatte. lo Zar Putin stravince (anche lui per la quarta volta!), resta al Cremlino e il governo è già bello che fatto.
Poi, in effetti, probabilmente la Russia non è l’esempio migliore da prendere come modello. Però lo scrivo e lo dico sottovoce, per evitare di essere avvelenato. Succede, di questi tempi…
Qui da noi, in Italia, almeno lo possiamo dire, senza rischiare troppo.
Lo dico? Lo dico.
Dai, datevi una mossa. Aspettiamo un governo.
Ma che sia buono.

 

Continuano gli spettacoli dei Teatroci…

Dopo il successo al Teatro Cardinal Massaia, al Piccolo Teatro Comico e al Salone-Teatro Casa Montalbano, il teatro dei Teatroci torna in scena per far ridere il pubblico DOMENICA 8 APRILE alle ore 18, al TEATRO SANT’ANNA di Torino. Uno spettacolo organizzato in collaborazione con la Confartigianato.
Ecco la locandina firmata dal nostro attore-designer Marco Tancredi.

E perchè lo sport è l’unico posto dove non si muore mai, e nessuno ti dimentica.

Dal blog di Riccardo Lorenzetti.

Ho vissuto tutte le morti”, disse una volta Hermann Hesse.
Sono morto come albero, e come petalo di rosa… Come insetto e come nuvola. Come battito d’ali di uccello, e come arcobaleno.

Voleva dire, forse, che ogni morte ci diminuisce. Anche se non ci riguarda da vicino.
Perché c’è stato un momento, da qualche parte della nostra vita, dove anche Davide Astori ha contato qualcosa.
Quando hai trovato la sua figurina, magari… O quando hai apprezzato una sua bella chiusura, un salvataggio nella linea di porta, un intervento pulito in scivolata. O quella volta che lo hai visto in foto, nel giornale, che si era vestito da Babbo Natale, e portava i regali ai bambini del Meyer.

Tutte le morti ci riguardano. Perchè nessun uomo è un’isola..
Io mi ricordo di quando ero piccolo, e morirono Pasolini e Saarinen. Che erano due motociclisti con il casco e gli occhialoni, come usavano una volta… Era la stessa domenica del Milan che perse lo scudetto a Verona, e noi provavamo il primo senso di vuoto che può dare una morte.
E che anche un campione, alla fine, è un uomo come gli altri.

Lo stesso senso di vuoto di quando morì Pantani. E De Andrè, e Lucio Battisti. Il Presidente della Sampdoria Paolo Mantovani, Gianni Brera e Scirea… Indro Montanelli, Elvis e Pertini. Eduardo, e Enzo Bearzot.
Gino Bartali, naturalmente. E Freddy Mercury, anche.
Mi ricordo di Ronnie Peterson, che morì guidando la Lotus nera, quella che aveva la scritta in oro John Player Special. Ed era la macchina più bella che avessimo mai visto.
Ayrton Senna, che ci morì davanti agli occhi, in diretta tv. E Gilles Villeneuve, che ci spezzò il cuore… E la notizia arrivò alla stessa ora, più o meno, del Capitano della Viola.

Ho trovato sublime il gesto della Fiorentina, che ogni tanto si ricorda di rappresentare, per la sua gente, qualcosa di molto più profondo di una semplice squadra di football.
Non mi sembra mai fuori luogo, quando si ritira una maglia. E mi commuovono i cori dei tifosi, e le sciarpe e le candeline ai cancelli dello stadio.
In genere, detesto la retorica. In tutti i campi, tranne che nello sport.
Perché lo sport è il nostro luogo delle fragole, e spesso penso che la retorica contribuisca a renderlo ancora più magico.

E perché lo sport è l’unico posto dove non si muore mai, e nessuno ti dimentica.
Trovo bellissimo quando a Old Trafford cantano in onore di George Best, e mi commuovono i tifosi granata che il 4 maggio salgono a Superga a deporre un fiore per il Grande Torino.
Mi piace che ci sia un museo con la maglia originale di Obdulio Varela, che guidò l’Uruguay ai Mondiali del 1950. E che nel mio paese organizzino da più di trent’anni un torneo per Fulvio Benvenuti.
E che davanti ad Anfield Road ci sia la statua di Bill Shankly; che veniva dalle miniere della Scozia, aveva fatto la guerra e poi fu l’inventore del più grande Liverpool di tutti i tempi.
“Ha fatto felice tanta gente”, scrissero nel piedistallo.

Ti sia lieve la terra, Davide Astori.
Capitano dell’A.C.Fiorentina.
Di Firenze.